Capitolo 3

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26 gennaio

Andare in biblioteca era l'unico modo per evitare il binge. Binge watching, binge sleeping, binge reading, binge eating. Aria riusciva a declinare la compulsione in molti modi diversi: attaccandosi alla TV, dormendo per tutto il pomeriggio fino a ora di cena, leggendo un romanzo – possibilmente drammaticissimo, mangiando cioccolata-biscotti-merendine. Nei giorni in cui si detestava di più, per esempio di domenica, cedeva ad almeno una di quelle possibilità, nei casi più estremi le combinava: leggeva o guardava la TV mangiando dolci. Un'altra attività che le riusciva benissimo era il binge crying, che probabilmente aveva inventato lei stessa e consisteva nel piangere così tanto da prosciugarsi. Il binge crying aveva il pregio di poter essere abbinato a tutte le altre attività. L'unica con cui non era del tutto compatibile era il binge reading: leggere con gli occhi pieni di lacrime era pressoché impossibile, il binge watching veniva solo parzialmente danneggiato dal pianto dato che per seguire i programmi demenziali che guardava alla TV bastava guardarne un minuto ogni cinque. Passare i pomeriggi abbuffandosi di cibo/lacrime/libri/TV/sonno la portava a un livello di odio verso se stessa ancora maggiore. Detestarsi, boicottarsi, disprezzarsi erano le uniche attività in cui sentiva di eccellere. In tutto il resto faceva schifo. I suoi pensieri continuavano ad avvitarsi in una spirale discendente di biasimo verso se stessa in modo così sistematico che le sembrava di avere una sorta di malattia autoimmune: invece di indirizzare i pensieri negativi verso l'esterno come sarebbe stato naturale fare, li convogliava su di sé. Doveva esserci per forza qualcosa di sbagliato nella sua testa. Altrimenti non si sarebbe spiegata come mai fosse certa di essere circondata da gente che si sentiva bellissima, fantastica e interessante e si vestiva e si comportava di conseguenza: si truccava, indossava gonne cortissime, maglie scollate, lanciava sguardi ammiccanti intorno, sorrideva con noncuranza. L'unica cosa che Aria avrebbe potuto indossare con disinvoltura sarebbe stato un mantello dell'invisibilità, sicuramente nessuno dei capi di abbigliamento di sua sorella Elena, un altro esemplare di persona normale che si amava moltissimo senza provare alcuna vergogna.

Andare a studiare in biblioteca era l'unico modo per riuscire davvero a studiare qualcosa. Tentare di farlo in camera era quasi impossibile, data la quantità di distrazioni e alternative a disposizione.

Aria prese lo zaino e ci mise dentro alla rinfusa il diario, libri e quaderni. Tirò fuori dal suo nascondiglio anche il "Quaderno del morire". Lo teneva in una scatola di cartone con la scritta scarafaggi e altre schifezze. Per alcuni anni, durante la sua infanzia, aveva usato davvero quella scatola allo scopo di tenerci orribili insetti morti e Elena se ne era sempre tenuta alla larga come se dentro ci fossero state tarantole, scorpioni e cobra vivi. Da qualche anno però, la scatola – dopo essere stata rivestita con della carta da regalo – aveva segretamente cambiato destinazione: Aria vi conservava gli oggetti cui teneva di più, cui nessuno – non sua madre, tanto meno sua sorella – avrebbe dovuto avvicinarsi. C'erano alcune lettere, qualche biglia colorata, conchiglie, foto, un braccialetto dell'amicizia e altre chincaglierie il cui valore economico era inversamente proporzionale al valore affettivo.

Con le cuffie nelle orecchie uscì senza salutare: a Elena non importava se lei fosse in casa o meno, né dove andasse, ma era un disinteresse reciproco.

La biblioteca era uno dei pochissimi luoghi in cui Aria riusciva a sentirsi a suo agio: ognuno per sé, in silenzio, senza cellulari invadenti – il cui utilizzo era vietato da un cartello all'ingresso. Il posto affacciato alla finestra della sala studio era il suo preferito, anche se sembrava essere il preferito di molti. A lei piaceva perché poteva dare le spalle a tutti, perché il sole – quando c'era – entrava con violenza, perché si vedeva la strada e uno spicchio di cielo. Tutti quelli che si sedevano a quel tavolo occupavano il posto di fronte, quello che dando le spalle alla finestra permetteva di vedere chiunque entrasse. Cosa che invece a lei non importava affatto. Accaparrarsi quel posto non era per nulla scontato. La maggior parte delle volte era già occupato, spesso da una ragazza che aveva intravisto a scuola, che era l'unica a sedersi come faceva lei: in modo da ignorare il resto del mondo e dissuadere le persone in vena di fare conversazione. Le chiacchiere la terrorizzavano, aveva l'impressione di non avere niente da dire, o meglio, era sicura di poter dire solo stupidaggini, frasi inopportune. Se qualcuno le avesse rivolto la parola avrebbe fatto scena muta, come per un'interrogazione per cui non si era preparata.

Aria e altri coccodrilliDove le storie prendono vita. Scoprilo ora