Capitolo 2

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In breve il vento e il tramonto spazzarono via dal cimitero i pochi vivi rimasti. Quando Aria si avvicinò al mucchio di terra smossa faceva già buio e il freddo le si era infilato nelle scarpe, nelle orecchie, nella punta delle dita. Aveva sempre avuto l'impressione che parlare con gli estranei fosse più facile. Parlare con uno sconosciuto morto lo era ancora di più, dato che non c'era contatto visivo e nessuno ti stava veramente ascoltando né giudicando. Si poteva persino parlargli nella testa, senza dover necessariamente pronunciare le parole.

«Sai, Massimiliano» disse in silenzio, spostando il peso da un piede all'altro per cercare di sentire meno freddo. «Ti capisco e ti ammiro. Ah, scusa, non ci conosciamo, non mi sono presentata. Mi chiamo Aria, ho 18 anni, frequento la quinta superiore, ho una sorella stronza, una madre burattino e un padre violento. Faccio schifo in tutto, la vita è una merda e voglio morire. Mi sono imbucata al tuo funerale per curiosità. Per vedere cosa dice e fa la gente dopo che ti sei suicidato con successo. Per poter immaginare in modo più realistico il mio funerale. Il tuo è stato fico. Quel don Paolo è un grande. Magari nel mio testamento chiedo che sia lui a celebrare anche il mio funerale. Tu l'hai scritto un biglietto d'addio? Nessuno ne ha parlato. Io ci ho pensato spesso, a cosa scrivere in un eventuale biglietto d'addio, e sai cosa? Non ho da scrivere niente. Niente da dire a nessuno. Nessuno cui valga la pena spiegare perché. Non ho ancora deciso come morire. A impiccarmi ci ho pensato anch'io. Ma ti immagini se la corda che hai usato non avesse retto? Adesso starebbero qui tutti a compatirti, e la vita, aggravata dall'umiliazione di un tentato suicidio, sarebbe ancora più uno schifo. È questo che mi spaventa, il timore che qualcosa possa andare storto. L'idea di sopravvivere alla mia morte. Sono sicura che ci avrai pensato anche tu. Buttarsi dalla finestra, sì, ma da che piano? E se qualcosa attutisse la caduta? Tentare di annegarsi, ma dove? Se la corrente non fosse abbastanza forte? Se l'istinto di sopravvivenza scoprisse che sai nuotare molto meglio di quanto credessi? Un'arma? Dove procurarsela? Come? Ma soprattutto: come si usa? Le pillole. A casa mia c'è solo il paracetamolo. Si può morire con la Tachipirina? Quanta ce ne vuole? Scusa, ti starò annoiando a morte. Oddio, scusa, non era una battuta. Il fatto è che non puoi dire a nessuno che hai deciso di morire, altrimenti tutti si fanno in quattro per impedirtelo. E di solito sono gli stessi che ti stanno rendendo la vita un inferno. Mi ha fatto piacere conoscerti, anche se solo attraverso la tua morte. Buona vita, se c'è una vita dopo. Ma dubito che possa essere peggio di questa. Se puoi, fammi sapere come si sta, dall'altra parte della barricata».

Quando guardò l'ora erano quasi le cinque, era già buio pesto, la sua corriera sarebbe partita di lì a poco e non sapeva quanto ci avrebbe impiegato a raggiungere la fermata, se avesse perso quella corsa avrebbe dovuto prendere la successiva e sarebbe arrivata a casa troppo tardi per trovare una scusa plausibile. La verità era fuori discussione: "Ah, sì, mamma, scusa, sono stata al funerale di quel ragazzo che si è impiccato. Davvero interessante. Erano tutti molto lacrimosi, afflitti e increduli. Il prete che ha celebrato una vera forza. Dovrebbero essere tutti così i preti. Giovani, belli, autentici e carismatici. Ci sarebbero sicuramente molti più cattolici praticanti. Perché ci sono andata se non lo conoscevo?Così, per divertimento. Per vedere l'effetto che fa". Probabilmente non le avrebbe creduto, la verità sarebbe stata meno utilizzabile di qualunque contrattempo inventato.

Lo zaino con i libri di scuola che si era portata dietro rendeva abbastanza credibile la possibilità che si fosse fermata a studiare in biblioteca. Sua madre le avrebbe creduto persino se avesse detto di aver ripassato a casa di una compagna di classe, come se davvero in classe sua ci fosse stata una ragazza disposta a condividere con lei un pomeriggio di studio, la merenda, qualche confidenza.

Arrivò alla fermata di corsa. A giudicare dalle altre persone inattesa, il pullman non era ancora passato. Quando guardò in fondo alla strada lo vide sopraggiungere: la sagoma blu che diventava sempre più grande e definita. Salì e si rannicchiò in un sedile verso il fondo, grata per essere finalmente in un posto caldo. Prese il libro di inglese e tentò di studiare per il compito in classe del giorno dopo. In quel momento non sembrava una buona idea aver perso l'intero pomeriggio in quella missione fuori di testa. Era abbastanza certa che tutto quello che pensava e gran parte di quello che faceva fosse fuori di testa. Andare da sola ai funerali degli sconosciuti e parlare alle loro tombe era solo la punta dell'iceberg. Se qualcuno avesse potuto leggerle i pensieri l'avrebbe fatta ricoverare d'urgenza in una clinica psichiatrica. Era seccante dover avere a che fare per tutto il tempo con pensieri così fuori dal normale, con desideri impossibili da condividere con altre persone senza essere considerata fuori di testa.

Appena aprì la porta di casa, sua madre la aggredì: «Dove sei stata? È tutto il pomeriggio che ti chiamo!»

«Ero a studiare in biblioteca» disse posando lo zaino a terra per togliersi il cappotto.

«E non potevi rispondere al cellulare?»

«Avevo tolto i suoni per non disturbare» rispose sperando che la sua voce risultasse convincente quanto la sua argomentazione.

Si augurava davvero di aver tolto i suoni, perché era certa che il suo cellulare fosse in camera, da qualche parte sulla scrivania, o sul letto. Aria non ricordava di preciso. Era diventato una sorta di telefono fisso. Non se lo portava quasi mai dietro. Le sembrava un inutile impiccio. Tanto non la chiamava mai nessuno. E comunque detestava parlare al telefono. Ed era lentissima a rispondere ai messaggi. Quando vedeva le sue compagne di classe digitare con due pollici sulla minuscola tastiera restava incantata a guardarle. Era un'abilità che lei non avrebbe mai acquisito.

«Cosa c'è? Di cosa avevi bisogno?» chiese Aria, chiedendosi come mai sua madre avesse così tanta urgenza di raggiungerla.

«Niente, volevo solo sapere dov'eri». Poi aggiunse: «E saresti dovuta passare al supermercato a comprare i cereali per la colazione di tua sorella».

Ecco la verità, la principessa Elena doveva essere servita e riverita. Se fossero mancati i suoi biscotti per la colazione, sua madre le avrebbe detto di mangiare dell'altro. Invece, quando mancavano i cereali di sua sorella, tutti gli schiavi si dovevano mettere all'opera perché la preferita di casa avesse ciò che le spettava di diritto. Il suo nobilissimo sedere non si sarebbe mai mosso per un'incombenza così futile come recarsi al supermercato, mala sua suprema colazione non avrebbe dovuto in nessun modo essere guastata dall'assenza di ciò che il suo stomaco gradiva maggiormente nelle prime ore del mattino.

Ci era così abituata che non provò nemmeno a ribellarsi e alzare la voce, sbattere in faccia a sua madre l'evidenza: quando si trattava di Elena tutto era dovuto, quando si trattava di lei non importava nulla a nessuno. I suoi genitori non l'avrebbero mai ammesso. A parole avrebbero continuato a ribadire come loro amassero entrambe allo stesso modo. Sembrava essere l'unica ad accorgersi che i fatti raccontavano tutta un'altra storia.

Aria guardò l'orologio: «Sono le sei meno dieci, se mi sbrigo faccio ancora in tempo. Serve altro?»

«Sono andata io, ormai. Se sto ad aspettare te...» rispose sua madre con tono scocciato.

Aria prese le sue cose e andò a chiudersi in camera. Si sarebbe volentieri messa ad urlare, avrebbe sbattuto la porta fino a far tremare l'intero condominio.

Invece aprì la finestra e guardò in basso. Buttarsi dal secondo piano era una pessima idea, lo sapeva. Si sarebbe solo fatta molto, molto male.

Aria e altri coccodrilliDove le storie prendono vita. Scoprilo ora