Prologue: Sugar Lips

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Fin da quando ero piccola il mio soprannome è Paperino, in onore del personaggio dei fumetti sfortunato almeno tanto quanto me.
Io e Paperino, oltre alla sfiga, abbiamo altro in comune: la pigrizia e l'incapacitá di tenerci un lavoro.
Ed è più o meno cosí che comincia la mia storia.
"Sei licenziata".
Il mio -ormai ex- datore di lavoro mi guarda dall'alto con le braccia conserte, furioso come poche volte l'ho visto, mentre io, a terra e ricoperta di frappè con tanto di ciliegina tra i capelli, cerco di sfoderare il mio miglior sguardo pietoso.
"No, la prego, signore. Ho bisogno di questo lavoro" lo supplico, cercando di alzarmi dal casino combinato, ma il pattino a rotelle scivola sul frappè al cioccolato, e per l'ilarità dei clienti mi trovo di nuovo con il sedere a terra.
Il signor Smith, che fino a ieri mi sorrideva e mi regalava caramelle quando facevo gli straordinari, adesso mi guarda impassibile scuotendo la testa: "é la terza volta che combini un casino del genere e lavori qui da quanto... Tre giorni? Mi dispiace, Mavis, ma sei licenziata".
Sospiro piano, riconoscendo che ha ragione: nella mia fulminante carriera al Bertie's ho rotto dieci bicchieri e fatto tre cadute rocambolesche, per non parlare di tutti gli hamburger bruciati che ho nascosto in uno sportello sotto la piastra.
Credo che il campo della ristorazione non faccia per me, e con questo posso cancellare anche l'ultima voce nella mia lista dei possibile impieghi.
"Va bene allora" mormoro, e il signor Smith, che finalmente mostra nuovamente il suo lato umano, mi porge una mano, aiutandomi ad alzarmi.
"Puoi lasciare divisa e pattini nello spogliatoio, questa è la tua liquidazione" aggiunge, porgendomi un paio di banconote da venti dollari che accetto a malincuore.
Non basteranno mai per Kiki, ma almeno potrò comprarle una nuova confezione di Ventolin e un inalatore, Dio solo sa quanto ne ha bisogno.
Annuisco con un cenno di saluto che faccio anche a Max che mi osserva triste andare via con un piatto di pancakes in mano, ma aspetto di essere nello spogliatoio prima di sfogarmi.
"Maledizione!" Urlo, lanciando un calcio all'armadietto metallico che si ammacca, ma in questo momento non potrebbe fregarmene di meno.
Adesso cosa posso fare?
Dove troverò i soldi per le spese mediche di mia sorella e per gli antidepressivi di mia madre?
Certo, Tessa é disposta ad aiutarmi, ma sono centinaia di dollari che non ho.
"Sono un impiastro" mormoro, asciugandomi le lacrime dal viso, e senza pensare due volte al mio attimo di debolezza, mi rimetto un finto sorriso sul viso e comincio a cambiarmi.

***
Apro la porta di casa piano, cercando di non farmi notare da Kiki perchè so che farebbe domande, e non voglio distruggere i suoi sogni rispondendole.
Ma di nuovo la buona stella non mi assiste ed eccola qui con la sua mascherina per l'ossigeno e la lunga coda di cavallo bionda.
"Mavis! Hai preso delle caramelle? Ti hanno dato la paga?" Domanda raggiante, come se stesse bene, come se i suoi polmoni funzionassero davvero, e se riesce ad essere forte lei chi sono io per non esserlo?
Sorrido, avvicinandomi e prendendola in braccio, leggera come un passerotto: "mi hanno dato quaranta dollari! Ma mi hanno detto che ci sono troppe cameriere, cosí hanno preferito lasciarmi a casa ad occuparmi della mia bella sorellina".
Kiki mi guarda, scrutandomi, prima di scuotere la testa: "ti hanno licenziata".
È sicuramente molto intelligente per avere dieci anni.
"Beh, ma abbiamo sempre i quaranta dollari! E presto arriveranno i soldi di papà, quindi non ti preoccupare... Anzi, che ne dici se domani, con quei soldi, prendiamo, oltre al Ventolin con l'inalatore, un bel pacco di caramelle? Orsetti gommosi, ovviamente" propongo con un sorriso, e anche lei sorride piano, annuendo.
"E andiamo a cercarti un lavoro" aggiunge, dandomi praticamente una pugnalata al cuore.
"Dopo che torno da scuola, però. Non posso saltare altri giorni di scuola, Kiki", e con quelle parole la rimetto a terra, sentendo solo il rumore della televisione accesa in lontananza.
"Non si è alzata, vero?" Domando piano, rivolgendo il mio sguardo alla porta in fondo al piccolo corridoio, e mi basta il silenzio di Kiki per capire che non si è alzata nemmeno oggi.
Sono più di cento giorni che non lo fa.
"Domani lo farà, vedrai, Vis".
Se non fosse che lo diciamo tutti i giorni, le crederei.
Sospiro, sistemando quel sorriso sbilenco sulle labbra prima di guardare mia sorella: "che ne diresti di apparecchiare mentre chiamo Tessa? Magari le posso chiedere di portarti un dolcino...".
A quelle parole Kiki si illumina, come prima con le caramelle, e senza correre, perchè i suoi polmoni non possono essere sforzati, va verso la cucina, lasciandomi da sola in ingresso.
Questa casa è troppo grande per me e per lei.
Sono tentata di entrare in camera di mamma, per parlarle, per dirle che domani chiederò a Tessa dei soldi per i suoi antidepressivi, ma so che tanto non avrei risposta, cosí mi limito a fare il numero della mora quando il campanello suona, e chi mai potrebbe essere se non lei?
"Gelato pistacchio e cocco per le mie sorelle preferite" esclama con un sorriso, presentandosi in tutta la sua dolcezza, ed io sono tentata di gettarle le braccia al collo e piangere tutte le lacrime che ho in corpo, ma ci pensa Kiki ad abbracciarla forte.
"Tessa! Sei qui!" Sorride, premendo la guancia contro la sua pancia, e Tessa sorride, accarezzandole la testa.
"Sono sempre qui, Kiki. Pensa che i miei genitori neanche ricordano l'ultima volta che ho cenato con loro" ridacchia, porgendo poi il sacchetto con il gelato a me con tanto di occhiataccia.
"Dopo che la principessa si sarà addormentata, io e te ci diamo alla ricerca di impieghi, e non usare la scusa del compito di letteratura".
Incredibile come mi conosca bene.

L'ho pubblicato senza editare perchè sono senza internet e ho appena preso un caffè orribile solo per il wifi.
Aggiornamenti ogni lunedí!

Sugar Lips || Calum HoodDove le storie prendono vita. Scoprilo ora