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Pen Your Pride

Una tazza di tè fumante non sarebbe bastata quel pomeriggio per scaldare il mio cuore gelido. Il mio indice strusciava in maniera circolare sul tessuto dei jeans pesanti, poco sopra il mio ginocchio, cercando di passare il tempo. E il mio corpo, coperto solo da un maglione blu, era steso sull’amaca del mio giardino. Lo sguardo era rivolto verso l’alto, verso quel sole che stava tramontando per lasciare posto alle stelle, gli occhi del cielo.

L’aria tirava prepotentemente, battendo sulle mie guance e pungendole, rendendole rosse. Trapassava persino la lana del maglione, trapassava anche i pori della mia pelle, trapassava la spessa resistenza delle mie ossa, assediandole e facendomi rabbrividire.

Dondolavo appena puntando un piede per terra, lasciandomi cullare dalla musica nelle mie orecchie e dal vento che sospirava parole rabbiose. E chiudevo gli occhi, nell’attesa di addormentarmi, pregando qualunque Dio esistesse di lasciarmi dormire lì, per sempre.

Come se il mondo si sarebbe potuto fermare, con me. Come se ogni volta che chiudessi gli occhi Louis smettesse di respirare, Harry di parlare. Come se entrambi vivessero in funzione di ciò che io ero e provavo, come se dipendessero incondizionatamente da me.

Ma ero io a dipendere da loro in maniera ormai irreversibile.

Sentire qualcuno schiarirsi la voce a fianco a me – nonostante il volume alto delle cuffie – mi fece spalancare gli occhi, spaventata. Trassi un respiro di sollievo solamente quando vidi il ciuffo biondo di Niall ed il suo sorriso spento; indossava un piumino nero e dei jeans, portava in una mano quello che riconobbi come il mio giacchetto e, nell’altra, stringeva il mio cellulare.

Quado afferrai la giacca frugai immediatamente nelle tasche, senza pensarci. Ma prima che potessi rigirarle completamente, il biondo mi prese il polso che avevo affondato nel loro interno, fermandomi.

«Le pasticche le ho prese io.»

Mi informò freddo ed io annuii, sospirando; mi strinsi appena per fargli posto steso a fianco a me, sull’amaca.

Niall non mi aveva ancora riportato il cellulare da quella sera in discoteca, quella sera che ricordavo in parte e solamente grazie alle parole di Harry. Il biondo non si era fatto vedere negli ultimi giorni, isolandosi da me ed isolando me dal resto del mondo, privandomi del mio telefono. L’avevo chiamato con il fisso più volta ma lui non mi aveva mai risposto, nonostante fosse in casa; perché sì, ogni volta che sussurrava alla madre «dille che non ci sono» dall’altra parte della cornetta, io riuscivo chiaramente a distinguere le sue parole. Così sospiravo rassegnata e riattaccavo, costretta a mentire a Louis che – credendo me lo fossi persa, il cellulare – aveva intenzioni di portarmi a comprarne uno nuovo.

«Perché mi hai evitato?»

Vomitai quella domanda dalle mie labbra senza rendermene conto, una reazione quasi spontanea al contatto delle nostre pelli. E mentre io avevo appoggiato il mio giacchetto in grembo, Niall l’aveva riafferrato, stendendomelo addosso come una coperta, pensando avessi freddo.

Ma lui non sapeva che io volevo avvertirlo, quel freddo sulla pelle sottile e debole che ricopriva le ossa.

«Avevo bisogno di tempo… per pensare.»

Soffiò muovendo appena le labbra, mentre il mio corpo si chiudeva istintivamente a riccio contro il suo, cercando un calore che fino a quel momento avevo ripudiato; ma il calore di un corpo come quello di Niall non era altro che mero piacere.

Il suo respiro caldo batteva sul mio collo mentre, riluttante, avvolgeva le mie spalle con un braccio, sospirando, accettando di darmi quel senso di protezione che tanto bramavo. Ci sarei potuta morire, tra quelle braccia forti.

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