Thirteen Minutes

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Lucrezia posò lo sguardo sull’ondeggiante liquido ambrato, ancora caldo, dentro la tazza di fine porcellana, che teneva stretta fra le mani. Il vortice creato poco prima dal cucchiaino l’aveva ipnotizzata, trascinandola al suo interno per un breve istante.
I pensieri erano scivolati dentro come risucchiati da un piccolo gorgo.
E vorticavano, trepidanti e ansiosi come non mai.
Un rumore lieve di pieghe tremanti alle sue spalle le fece distogliere lo sguardo dalla tazza, con un leggero sussulto sulla pelle. Fissò la sua immagine allo specchio della toeletta e notò la timida presenza di Jamina sulla porta della camera.
“Madame…” Sussurrò come per scusarsi di averla interrotta da qualcosa. “Se per stasera non ha bisogno di altro…”
Lucrezia non le diede modo di continuare. “Puoi ritirarti, certo!” La fissò attraverso lo specchio in un modo strano, come se la stesse guardando davvero per la prima volta.
E forse era proprio così.
Sentì il cuore mancare un battito.
Quello della consapevolezza di essere stata orribile nei suoi confronti in tutti quegli anni.
Senza mai darle sosta o tregua. Una guerra continua di piccole mortificazioni quotidiane che in effetti non l’avevano resa tanto migliore di William, suo marito.
Si rabbuiò di colpo, tramortita da quella presa di coscienza.
Come era potuto succedere? In che modo e quando era cambiata così tanto da non avere più a cuore chi le stava intorno?
“Allora… Le auguro la buonanotte Madame. Domani mattina sarò qui alla solita ora.” Fece per chiudere la porta ma la voce di Lucrezia la inchiodò sul posto impedendole di proseguire.
“Jamina… domani…” Fece una breve pausa come per scegliere le parole giuste da dire. “ Domani puoi prenderti un giorno di riposo.” Disse voltandosi verso di lei per guardarla direttamente negli occhi. Il suo sembrava quasi un addio.
La giovane donna la fissò come se non avesse davvero compreso il significato di quello che aveva sentito o come se, molto più probabilmente, si trovasse di fronte alla presenza di una pazza appena scappata dal manicomio.
“Ho fatto… qualcosa di sbagliato?” Tremò.
“No. Anzi. Ma voglio che tu abbia un giorno libero alla settimana. Se domani per te non va bene, scegli tu quale.”
“Domani va benissimo.” Si sbrigò a confermare prima che cambiasse idea.
La linea di un sorriso curvò dolcemente le labbra di Lucrezia. “E allora sia. Ora vai. Si è fatto davvero tardi per te… e anche per me!” Concluse sottovoce, osservando la sorpresa nei gesti di Jamina, poco prima che chiudesse la porta alle sue spalle.
Un impercettibile piegamento della testa. Come un grazie a fior di labbra.

Le dita sfiorarono delicatamente le fresche lenzuola di pregiato cotone egiziano, spostandole appena. Si mise a sedere sul letto, portandosi le ginocchia al petto. Il sacchetto di tela azzurra l’attendeva, silenziosamente appoggiato  sul comodino alla sua destra.
Lo fissò seguendo il profilo degli intricati disegni sul tessuto ruvido e la mente si ritrovò ancora una volta a viaggiare nel tempo.
Un ricordo emerso da uno dei meandri dimenticati della sua memoria, le accarezzò la pelle provocandole gelidi brividi su tutto il corpo.
Chiuse gli occhi come per trattenerlo un altro po’.
E si rivide piccola.
In quella casa che sapeva di fumo e sapone di marsiglia al tempo stesso.
Il naso le si arricciava di continuo, ma senza fastidio.
Era solo curiosa.
Affascinata da quella magra figura che si aggirava, come un’ombra spettrale, per le stanze. Come se fosse sempre alla ricerca di qualcosa. E in realtà lo era davvero, ma non era stata al mondo abbastanza a lungo per capirlo in quel momento.
La sigaretta perennemente accesa, perfino mentre cucinava il pane fritto. Glielo serviva su un piattino color brandy invecchiato, ancora sfrigolante e unto, accompagnato da un bicchiere di latte caldo. Poi le si sedeva davanti e iniziava a parlare.
Di cose incomprensibili, che a volte non si sapeva bene se fossero di questo o quell’altro mondo. Raccontava di viaggi in posti sconosciuti e terribilmente affascinanti e lo faceva gesticolando ininterrottamente, con quella sigaretta stretta tra le dita, quasi avesse paura di perderla insieme alle sue parole.
L’aria si addensava, creando una sorta di nebbia, all’interno della quale i racconti svanivano leggeri, sembrando ancor più esotici e fantastici.
Ogni tanto, quando pensava che lei dormisse, si accorgeva che continuava a parlare per tutta la casa, come se in realtà non fosse sola, ma stesse amabilmente dialogando con qualcuno. Solo molto tempo dopo aveva capito che non si rivolgeva a una sola persona, ma che aveva più di un interlocutore.
Chi fossero non lo sapeva e mai lo avrebbe scoperto.
Ma di certo avevano molte cose da confessare.
Quasi fosse un prete, recitava nenie in lingue sconosciute, sgranandole come chicchi di un rosario infinito e immaginario.
Poi una sera di settembre, la trovò avvolta nella penombra della sua camera da letto, solo un raggio di sole a illuminare una piccola porzione di pavimento e il fumo a farle silenziosamente compagnia.
Teneva stretta una scatolina minuscola nella mano sinistra e ne ammirava il contenuto, con uno strano sorriso sulle labbra.
“Che cosa è?” Le chiese facendola sussultare appena.
Per tutta risposta le aveva fatto un cenno con la testa, chiaro segno che la stava invitando a entrare e sedersi al suo fianco.
“Una specie di regalo” Sussurrò con quella voce roca corrotta dal fumo.
“Di chi?”
“Di un vecchio amico di mia nonna Isabella. Guarda!” La incoraggiò.
Una piccola scatola ovale. Al suo interno sei bamboline di legno. Sottili, lunghe non più di un fiammifero ciascuna. I colori vivaci dei loro abiti erano una gioia per gli occhi di chi le guardava, ed erano talmente belle e perfette in ogni particolare, che se le avessero chiesto quale fosse la sua preferita probabilmente non avrebbe saputo chi scegliere.
“Cosa sono?”
“Sono delle Worry Dolls. Ogni scatolina ne contiene solo sei” Le rispose aprendosi finalmente in un vero sorriso.
“E ci giochi?” Aveva domandato con l’ingenuità che solo i bimbi sanno avere.
“No, Lucrezia. Queste bamboline non sono dei giocattoli!”
L’aveva fissata sempre più confusa aspettando che le spiegasse meglio.
“Ti ho già parlato dei mostri che si nascondono nell’ombra delle nostre anime, ricordi?”
Fece cenno di sì con la testa.
“Loro possono scacciarli via.” Ne prese una fra le dita mostrandogliela.
Il ricordo di come aveva spalancato gli occhi nell’ammirare quella fragile creatura di legno, ancora palpitava bruciante dentro di lei.
“Prima di tutto devi darle un nome. Bisbigliarglielo piano di modo che solo lei possa sentirlo e poi le devi confidare dolcemente tutte le tue preoccupazioni. Ascolterà ogni singola parola con grande interesse e attenzione. Infine devi metterla sotto il cuscino un attimo prima di andare a dormire.” Fece una breve pausa per riaccendere la sigaretta che nel frattempo si era spenta, sorridendole in quello strano modo che tanto le piaceva, perché era l’unica in grado di dirle cose spaventose senza mai terrorizzarla davvero.
“Il giorno seguente, ogni paura  sarà cancellata  e con esse anche la tua Worry Doll!”
A quel punto Lucrezia l’aveva fissata  piegando lievemente la testa. Qualcosa non tornava, perfino per lei che era ancora così piccola.
“Hai detto che ogni scatolina ne contiene sei”
“Sì…”
“E che il mattino dopo quella che usi non c’è più!”
“Sì…”
“Qui però ci sono tutte… allora non ne hai mai avuto bisogno…”
La donna aveva sorriso di nuovo accarezzandole dolcemente i capelli.
“Queste che ti ho mostrato, le ho avute solo oggi. Ma nel corso degli anni ne ho possedute moltissime …”
“E te le ha date sempre l’amico della nonna Isabella?”
Le fece cenno di sì con la testa.
“Dev’essere davvero molto vecchio quest’uomo…”
“Lo è in effetti.”
“Non ricordo di averlo mai visto.”
“Una volta. Tanto tempo fa. Non sapevi ancora camminare. Ma non è quel genere di persona che ama molto farsi vedere in giro dalla gente.” Una nuvola di fumo la circondò per un breve istante, intrappolandola in un labirinto di spire evanescenti.
“Credi che le regalerà anche a me?”
La donna sembrò pensarci un attimo, prima di rispondere a quella domanda.
“Penso di sì…”
“E quando?”
“Quando e se ne avrai davvero bisogno. Lo troverai in un piccolo negozio del centro che si chiama Land of Many Trees” Spense la sigaretta nel posacenere con un gesto impaziente della mano “Ma spero che quel momento non arrivi mai!” La inchiodò piantandole addosso il suo sguardo nervoso.
“Perché dici così?”
“Perché se dovesse succedere, significherebbe che qualcosa non è andato come speravo per te Lucrezia e io voglio solo il tuo bene!” Il tono della sua voce era il segno inequivocabile che era arrivato il momento di mettere fine a quel bizzarro interrogatorio.
Lucrezia si alzò dal letto, mettendo a posto le pieghe della sua gonna scozzese con entrambe le manine. Andò verso la porta e un attimo prima di uscire dalla stanza si voltò a guardarla un’ultima volta.
“Ci vuole davvero tutta una notte per scacciare gli incubi?” Sussurrò.
“No, tesoro. A volte bastano solo tredici minuti…” Le rispose quasi con un soffio, svanendo dietro un grigia nebbia di fumo.

Lucrezia prese delicatamente fra le dita quella piccola bambolina, accarezzando i lunghi fili scuri dei capelli e il morbido tessuto colorato che la rivestiva.
Avvicinò le labbra alle minuscole orecchie.
Sussurrandole alcune parole. 
Come un penitente al suo confessore.
Una nenia di dolore e lacrime.
Un bacio lieve.
“Giorgiana…” La pregò un’ultima volta. “Ti scongiuro liberami da ogni male.” Un ultimo sguardo nel riporla con cura sotto il cuscino.
Un attimo prima di chiudere gli occhi.
E dormire.
Per sognare.
Per scacciare via gli incubi.
I mostri.
Quelli veri.
In fondo all’anima.
“A volte… bastano solo… tredici minuti!” Una voce roca riecheggiò all’interno dell’anima sua.

Forget Me - NotDove le storie prendono vita. Scoprilo ora