23. Buoni e cattivi

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Oggi si decide se sono morto o quasi-morto.

Aetius non sapeva molto degli Spettacoli che ogni anno si tenevano nell'Anfiteatro, ma era ben consapevole che ogni cerimonia, compreso quell'inutile spreco di vite umane -o di Golem-, avesse un preciso significato. Doveva solo capire quale fosse.

Camminando al buio al fianco di Marc, rifletté su quel poco che l'amico gli aveva riferito circa la fase dei Giochi che stavano per affrontare. 

-Prega di avere la fortuna dalla tua- gli aveva detto, rosicchiandosi il pollice. Quella, come tutte le sue altre abitudini, gli faceva sempre pensare di avere un bambino come interlocutore.

-La fortuna favorisce gli audaci. E io, mio caro, sono solo un fifone- gli aveva risposto, sorridendo.

Era vero. La cosa più coraggiosa che avesse mai fatto era stata bloccare il carro dell'erede durante la parata a Felsina e quell'azione l'aveva condannato a morte. Gli aveva anche permesso di scoprire che la sua vita era un'elaboratissima bugia e che lui non era altro che un giocattolo creato dalle Tessitrici.

Nella vita era più prudente tenere la testa bassa.

Avvertì un improvviso spostamento d'aria alle sue spalle. Istintivamente si voltò alla ricerca di cosa l'avesse provocato, ma non vide nulla. Davanti a lui, Marc chiaccherava senza controllo con la guardia che li stava scortando chissà dove, impedendo alla luce della candela di raggiungere il velo di tenebra che circondava Aetius. Un brivido d'inquietudine lo percorse. Quei corridoi sinistri e inconoscibili lo spaventavano più della loro meta. Almeno sapeva per certo che una volta arrivati lì la sua vita sarebbe stata messa in discussione. 

In poco tempo al monologo del suo compagno si aggiunsero le voci e i lamenti di altri prigionieri. Non aveva alcuna voglia di mischiarsi con loro, dal momento che, a causa dello scherzetto che aveva attuato appena arrivato nell'Anfiteatro, non aveva alleati fra loro. L'unico che aveva promesso di aiutarlo si trovava in corridoi probabilmente più accoglienti di quelli, nascosto sotto un ciuffo di capelli bianchi e occupato con una ragazza col volto celato da un velo.

Non avrebbe potuto fare nulla per incrementare la sua fortuna.

Nel buio, i volti delle guardie finirono per confondersi con quelli dei detenuti, convergendo in un'unica creatura affannata e stanca di una vita sotterranea. Aetius -e in fondo tutti loro- aveva subìto una metamorfosi, una di quelle raccontate dai versi che appassionavano tanto il suo padrone: senza accorgersene, era diventato un topo. Piccolo, sporco e insignificante. Abitava in un buco, dimentico della precedente esistenza umana, fatta di sogni di libertà. Meglio. Si era trattato solo di un'illusione e ormai non aveva una reale possibilità di vivere a lungo.

Marc gli fece un cenno che stentò a decifrare. Stava ridendo, rallegrato da un gioco che capiva solo lui. Anche la sua vita sarebbe stata spezzata eppure...Aetius non poteva permetterlo. O, almeno, non poteva pensare di arrendersi del tutto. Non prima di aver scoperto la verità sulla propria identità o di aver trovato un modo per tenere al sicuro il suo amico, l'unica creatura in quel mondo che condividesse la sua strana natura.

Le sue riflessioni furono interrotte. Un intenso dolore al collo -qualcosa di affilato che lo trafiggeva, come uno spillo o un tradimento- lo colpì, e questa volta non ci furono dubbi su cosa si fosse mosso alle sue spalle. Un volto scavato rivestito di peluria lo precedeva compiaciuto. Forse era un membro delle due bande che si erano scontrate a causa sua. Il ragazzo trattenne un gemito di dolore. L'uomo non disse nulla, ma gli mostrò le mani. Grazie ad un momentaneo gioco di luci, Aetius capì da cosa era stato ferito: delle unghie spaventosamente lunghe sporgevano ricurve dalle dita dell'altro, disegnando nell'oscurità il profilo di dieci artigli. 

La tela di AspasiaLeggi questa storia gratuitamente!