1/6 - L'estate... - Ultima puntata

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Ernesto Biancucci entrò nella stazione dei carabinieri di Montenevoso con le manette ai polsi, scortato da Ferrero e D'Amato.

«Signor Biancucci - cominciò Gotti - preferisce raccontarmi come sono andate le cose o preferisce che glielo dica io?»

«Io non so niente.»

«Lo immaginavo. E allora mi ascolti. Mercoledì sera lei va a mangiare alla Trattoria dei Due Fiumi per avvicinare il dottor Pagani; sa che il suo unico interesse è la mountain-bike e, con quel pretesto, attacca discorso: lui le rivela che il giorno dopo ha intenzione di fare il sentiero delle Rocce Nere. Allora lei, all'alba di giovedì, prende la sua bici e si apposta nel punto più strapiombante; quando vede arrivare Pagani finge di essere fermo per un guasto, che so, un problema al cambio ... Cosa ne pensa, sto andando bene?»

L'altro taceva, i suoi occhi, privi ormai d'espressione, guardavano il maresciallo senza forse vederlo.

«Lei simula un guasto, il dottore le si avvicina e si offre di aiutarla. Si ferma, prende i suoi attrezzi, in particolare la chiave inglese che io ho ritrovato tra le rocce, e inizia ad armeggiare attorno alla sua bicicletta. Lei lo lascia fare: sta aspettando che Pagani si tolga il casco per essere sicuro di ucciderlo. Finalmente, per lavorare meglio, Pagani toglie quel maledettissimo casco e lei, mentre lui è lì accucciato, gli dà una spinta: una piccolissima spinta e quello si fa un volo di venti metri passando subito a miglior vita. Ora non rimane che gettargli dietro la bici per simulare la caduta, ma a quel punto nasce un problema; il dottore, da quanto mi hanno detto, come meccanico non valeva niente: dopo che ha messo le mani sulla sua mountain-bike, quella non è più in grado di fare un metro, ma lei deve allontanarsi di lì rapidamente. Ed ecco l'idea: lancia nel burrone la sua bicicletta, ormai inservibile, e prosegue con quella di Pagani, quella con i pneumatici da gara. Se non fosse stato per la traccia lasciata da quelle gomme, per quella traccia che proseguiva oltre il punto della caduta, non avrei mai intuito lo scambio delle biciclette. Ma quando il figlio del gommista mi ha detto di aver montato le gomme da gara proprio a Pagani ho capito tutto. È stato sfortunato signor Biancucci, la sua bicicletta è una Super Star, le fanno in una piccola fabbrica qui vicino, appena fuori Torino, e quando le vendono trascrivono il numero del telaio sul certificato di garanzia assieme al nome del cliente, lo so perché ne ho una anch'io; così mi è bastato telefonare al loro ufficio per sapere chi era l'assassino.»

A quella parola, assassino, Biancucci cedette e le lacrime, che fino a quel momento aveva trattenuto, vennero fuori come un torrente.

«Era un cane, - cominciò tra i singhiozzi - un macellaio. L'anno scorso eravamo qui in vacanza, siamo andati a fare una gita in bici e mio figlio si è rotto una gamba, una frattura normale, niente di grave, ma Pagani gliel'ha ingessata male e mio figlio è da un anno in riabilitazione, forse non riuscirà più a camminare normalmente... doveva morire quel macellaio, doveva morire...»

Le lacrime gli ruppero la voce, ma ormai tutto era chiaro; il maresciallo Gotti avrebbe dovuto essere contento, eppure non lo era.

FINE

Le inchieste del maresciallo GottiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora