1/2 L'estate del maresciallo Gotti - puntata 2

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«Ferrero, prepara la corda che mi calo e vado a fotografare il corpo». Dopo qualche istante, le due ragazze che avevano dato l'allarme poterono vedere il maresciallo Gotti scendere a grandi balzi lungo la parete di roccia, facendosi passare la corda sotto una coscia e dietro la schiena, proprio come facevano gli alpinisti di un tempo.

Il cadavere, quello di un uomo sui cinquant'anni, si era incastrato tra due massi ed appariva in diversi punti lacerato da ferite profonde dovute ad una caduta di oltre venti metri. Gotti lo fotografò da diverse angolature ed altrettanto fece con la bicicletta che si era schiantata qualche passo più in là, poi prese lo zainetto che giaceva vicino al morto e, arrampicandosi senza eccessivi sforzi, ritornò sulla sommità della cresta.

«Chiama l'elicottero e fai recuperare il tutto: il cadavere alla medicina legale a Torino, la bicicletta invece la fai portare in caserma da noi. Io intanto faccio qualche domanda alle signorine.» In realtà, avrebbe voluto interrogarne una sola, quella brunetta, minuta, con il pancino scoperto e un didietro al quale non mancava nulla, neppure la parola. E invece cominciò con l'altra, quella che aveva telefonato e che, nel gergo maschilista e brutale delle compagnie di montagna, avrebbe potuto essere definita un "boiler": non bella, ma scalda. Né l'una, né l'altra avevano sentito nulla né visto nessuno, solo il morto. Il maresciallo prese i dati delle due non-testimoni e rientrò in caserma con Ferrero per la solita routine di verifiche, accertamenti e verbali: quante balle per un banale incidente, per il solito villeggiante in vena di grandi imprese che ci lasciava la pelle per aver scelto un percorso superiore alle sue possibilità. Eppure fu proprio compilando quelle carte che alla mente di Gotti si affacciò il primo sospetto. A quanto risultava dai documenti ritrovati nello zainetto, la vittima non era affatto un villeggiante, bensì il dottor Remo Pagani, ortopedico del locale pronto soccorso, residente a Montenevoso da ben quindici anni. Il maresciallo non lo aveva mai visto in paese, perché, a quanto si diceva, faceva vita estremamente ritirata: di lui si conosceva solo la smodata passione per la mountain-bike.

«Maresciallo, c'è il fotografo al telefono, dice che è pronto il rullino che gli abbiamo portato questa mattina.»

«Digli che passo io prima di andare a casa.»

Quando Gotti uscì dalla caserma era l'ora dell'aperitivo e la via principale era piena di torinesi in vacanza che ogni dieci metri scambiavano un cenno di saluto con qualcuno; per undici mesi ognuno di loro aveva ripetuto: «Basta, io a Montenevoso non ci vado più, ti sembra di essere a Torino, ci incontri le stesse persone»; ma poi, ad agosto, si erano ritrovati tutti. A quel pensiero, Teo Gotti sorrise tra sé sereno, ignaro della svolta che avrebbe preso la vicenda di lì a poco.

Fine della 2 a puntata


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