19. Per amare c'è bisogno del sangue

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RACCONTA ARACNE

Quando chiudo gli occhi, la prima immagine che vedo è l'isola. 

Il vento mi scompiglia i capelli e l'aria salmastra mi riempie le narici. Sono in un altro mondo. Fuori e dentro di me. Sotto i miei piedi, un mare di conchiglie pallide vibra ad ogni passo. La spiaggia è deserta e io sono sola coi miei pensieri. Poi, in lontananza, scorgo la statua di Araneus, il Grande Ragno, creatore di tutte le cose. E io ricordo, ricordo quasi fossi stata presente, il modo in cui cucì insieme i frammenti della mia strana realtà.

Tutte le volte in cui vi ho rimesso piede -in giorni fortunati o in sogno- ho sempre provato queste sensazioni. Quel luogo sembra non poter mutare, non importa quanto la mia anima cambi. O, forse, la prima volta che arrivai sull'isola ogni dettaglio si scalfì talmente in profondità nella mia mente, che non mi fu più possibile fuggire per davvero da lì. Di fatto non si è mai trattato di un ritorno, ma, piuttosto, di un risveglio. 

Io e la mia casa siamo legate per sempre.

Una mattina d'inverno, la donna che era stata per anni la mia balia mi svegliò e mi disse che quel giorno ci saremmo salutate per sempre. Ormai viaggiavamo insieme da mesi, lontane dalla fortezza di Felsina e dalle persone a cui credevo di appartenere. Avevo sempre saputo che avrei dovuto affrontare in completa solitudine l'ultimo tratto del mio percorso, eppure quel mattino scoppiai a piangere, piena di vergogna al pensiero che l'ultimo ricordo che la balia avrebbe avuto di me sarebbe stato quello di una ragazzina disperata. 

Non si curò delle mie lacrime e, giunte sulla costa, si limitò a stringermi fra le sue braccia ossute. Non ci furono storie raccontante per addomesticare la paura: l'incubo era vivo e si stagliava davanti a noi. In un modo o nell'altro, mi ritrovai sulla sottile barca di legno, condotta da un uomo senza volto che non mi rivolse la parola. Quella, per me, era la fine del mondo. Ai suoi occhi, invece, si trattava di un grande cliché: una ragazza senza famiglia mandata da altre come lei. Ma io avevo qualcuno che tenesse a me, avrebbe dovuto capirlo: seduta in mezzo al mare, non potevo fare a meno di pensare ai sorrisi di Seth e agli occhi di Hadre. Speravo che potessero perdonarmi per non essere riuscita a salutarli... speravo... tuttavia più ci avvicinavamo all'isola, più i frammenti della mia vecchia vita perdevano la loro intensità, trasformati in ragnatele sottili, sfilacciate, invisibili.

Poi ci furono la spiaggia di conchiglie, la statua di Araneus e le mani della Madre Tessitrice. Comparve senza preavviso di fianco al monumento dedicato al Grande Ragno e, ancor prima di parlare, strinse le sue lunghe dita sottili attorno ai miei polsi. Non le importava del mio passato: lì sarei stata come tutte le altre. Al sicuro... e prigioniera.

Ricordo gli sguardi che mi rivolsero le mie compagne. Vestite di nero, mi sembravano un'unica entità dai molti occhi  pronti a giudicarmi, perché io avevo conosciuto il mondo al di là dei loro rituali segreti, della spiaggia di conchiglie lucenti e delle onde indomabili. Non potevano sapere che nemmeno io ero mai stata libera, se non in quegli ultimi istanti di fronte all'Imperatore, con una spada troppo pesante fra le mani e il cuore colmo di rabbia.

La Madre Tessitrice mi tenne lontana dalle altre giovani della mia età. Arrivavo in ritardo in una realtà che mi aveva atteso per dodici anni e che io, se avessi avuto una scelta, avrei sicuramente rifiutato. Così trascorrevo le mie giornate da sola, in una minuscola capanna di legno e sogni, senza che nulla mi toccasse, se non la nostalgia per tutto quello che avevo perduto. Non mi spiegavo come fosse possibile che il vento non mi solleticasse mai i capelli ormai più lunghi, né in che modo le nuvole fossero sempre pronte ad avvolgere il sole, incapace di brillare sull'isola...

La tela di AspasiaLeggi questa storia gratuitamente!