Elogio all'Immaginazione

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     In passato c'era qualcosa di "altro" a cui credere senza se e senza ma: la madre che cullava il figlioletto e gli raccontava di come le creature del buio l'avrebbero potuto rapire o uccidere credeva essa stessa alle proprie lugubri ninnenanne. Insieme alla paura per il lato negativo di quest'alterità c'era però anche la fede negli dei, la cui ira poteva sempre essere placata attraverso sacrifici o preghiere: l'usanza di porre sulle palpebre dei defunti due oboli per Caronte serviva proprio a garantire un passaggio tranquillo al di là dell'Acheronte. Per allontanarci dalla grecità nel tempo e nello spazio: pensiamo all'Antico Egitto e alla pratica della mummificazione.
Ma oggi non c'è spazio per niente di diverso da quello che attestano i nostri cinque sensi: riteniamo vero unicamente ciò che ci viene scientificamente spiegato, ciò che vediamo con i nostri occhi, ciò che la nostra ragione può interpretare, ciò che sfioriamo con la punta delle dita, tutto ciò che gli strumenti che ha creato la tecnologia rendono possibile misurare, analizzare, dissezionare. Persino il mondo onirico è stato esplorato con le armi del raziocinio: Freud ci dice che i sogni sono l'affacciarsi dell'inconscio a livello conscio sotto una forma accettabile per il sognante, sono oggetto della psicanalisi, non più oracoli, vaticini o luoghi d'incontro tra i fantasmi dei defunti e i vivi... Eppure Cicerone aveva dedicato i capitoli dal XX al XXXII del De Divinatione al valore profetico dei sogni – Cicerone, non un poeta o un vate.
Lupi mannari, fate, streghe, maghi, vampiri sono tutte creature di carta, checché possano dirne i visionari o i fanatici; sono, per certi versi, un'utopia. Siamo consapevoli della loro inesistenza, ma una parte di noi desidera che la ragione si sbagli: un pezzetto nascosto della nostra anima vorrebbe scorgere, un giorno, la sagoma di una sirena sotto il velo delle onde marine, vorrebbe vedere un angelo levarsi in volo. Perché anche riguardo a Dio, ormai, tutte le certezze sono svanite come neve al sole: alcuni di noi puntano il naso verso una nuvola e si chiedono "Al di là dell'atmosfera terrestre, della legge di gravitazione universale, dei pianeti di cui i satelliti lanciati in orbita ci riportano le foto, delle galassie diverse dalla Via Lattea... Può veramente esserci qualcosa?" E con Einstein si domandano: "C'è ancora spazio per Dio nell'universo?"
La risposta viene lasciata al silenzio, al dubbio; rimane tuttavia una debole volontà, che emerge ogni tanto, quando il lavoro, lo studio e il tram tram della vita quotidiana ci lasciano tre secondi per pensare, che il reale non si riduca ad un mucchio di dati e fatti, come il mondo del Mr. Gradgrind di Hard Times. Volontà che non coincide con una speranza; è qualcosa di meno, e qualcosa di più al tempo stesso, perché crea da sè l'oggetto del suo volere e lo pone essa stessa al di là di ogni possibile affermazione.

Desiderare, si sa, significa aspettarsi qualcosa dalle stelle; ma se si è consapevoli che le stelle sono siti di reazioni nucleari, palle infuocate composte da idrogeno ed elio in perpetua combustione, allora... Allora cosa resta da desiderare?
Da qui, da questa impossibilità di sfuggire alla realtà fenomenica, nasce la volontà di permettere almeno all'immaginazione, se non alla ragione, di dipingersi un altrove, quell'altrove che anche i Romantici cercavano; se nel mondo della logica e della razionalità ci si trova incatenati, imprigionati in una gabbia di regole, limiti e cartelli con la scritta "IMPOSSIBILE" o "ILLUSIONI", nel mondo immaginifico delle creature fantastiche le illusioni che il filosofo rinfacciava a Ortis e che permettevano tuttavia a Jacopo di vivere sono permesse: rimangono rifugi temporanei, ma pur sempre rifugi.
Domando: quanta voglia di vivere avremmo, se dovessimo basarci unicamente su leggi fisiche e calcoli matematici per sopravvivere lungo tutto il corso delle nostre umane esistenze?

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