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17. Pericoli e prodigi

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Seth giunse davanti alla porta della camera da letto di Sia e vi poggiò la schiena. Chiuse gli occhi, giusto il tempo di riprendere fiato e tornare ad indossare la sua pelle di persona ottimista, nonostante le avversità. Da che aveva memoria, non aveva potuto fare a meno di sperare e credere e cercare un rifugio dalla malinconia in un'epoca diversa dal presente. Ricordava le volte in cui, ancora bambino, Ari gli sussurrava che era un sognatore perché Hadre era costituito di disillusioni e nulla. Col tempo aveva finito per chiedersi se non fosse esattamente il contrario, se il fratello non avesse fatto altro che assorbire la maschera cinica che era stato costretto ad indossare proprio perché Seth era sempre proiettato altrove, perso nel suo cielo di speranze.

Eppure, da quando Aracne era morta, il ragazzo aveva percepito un mutamento nella sua natura -impercettibile come un soffio di vento o una nota stonata in una melodia a più voci-. Era più avveduto, conscio che a certe cose -a certi errori- non c'era modo di riparare. E forse stava sbagliando a fidarsi della sua mente e di quanto aveva visto nei sotterranei oscuri nell'Anfiteatro, ma ormai la sua decisione era stata presa.

Adagiato a quella parete di legno -una fessura su infinite possibilità, su quella ragazza intensa e riflessiva, così diversa e simile ad Ari- continuava però a ritornare con la mente alle immagini che gli avevano tolto il sonno per tre notti di fila, quasi si stesse trasformando in suo fratello.

Era bastato fare riferimento a Sia perché Aetius, il ragazzo folle che aveva osato sfidare l'erede dell'Imperatore durante il corteo di Felsina, si trasformasse in una creatura sconosciuta. In un primo momento, Seth aveva creduto di partecipare ad un momento di epifania -tutti i frammenti di un mosaico che combaciavano, la luce di una candela nel buio- o di averlo provocato lui stesso. Ma poi, con sgomento, aveva visto le sopracciglia scure dell'altro abbassarsi, scolpite in un'espressione neutra, e gli occhi farsi meno luminosi, inghiottiti da abissi di pensieri defunti. Dopo era venuto il turno delle labbra che, se prima erano state lontane, separate dall'accenno di un'intuizione, si erano toccate, rigide, in una linea dura. Infine, gli arti del prigioniero avevano raggiunto un'immobilità inusuale, se non impossibile. Aetius non era più lo schiavo dai mille volti, perennemente a caccia d'evasione, che il figlio dell'Imperatore aveva studiato in maniera disattenta nel corso del viaggio verso Rumen.

Era diventato una cosa antica, che non apparteneva a nessun tempo.

Aveva parlato: -La Maga Tessitrice è in pericolo-.

Seth aveva tremato. Il tono frizzante dell'altro si era spento -un pettirosso che smette di volare da un ramo all'altro- e aveva lasciato spazio ad una voce monocorde ed inumana. Una parte di lui, quella che aveva regnato fino a che la ragazza che amava era morta, gli aveva intimato d'inginocchiarsi al cospetto di un prodigio voluto dal Grande Ragno. Tuttavia il suo nuovo lato razionale controllava ancora le redini della sua mente, che, come una cavallo imbizzarrito, correva indomita in una valle di pensieri funesti. Aracne non poteva essere in pericolo perché la sua anima si era trasformata in fumo anni prima.

Quando aveva sentito le parole successive, era tornato ad essere il vecchio Septimus.

-Aspasia morirà. Io posso evitarlo-.

I sotterranei dell'Anfiteatro si erano fatti più scuri. Nessuno in tutto l'Impero e oltre i suoi confini poteva conoscere la reale identità della ragazza che lui e suo fratello avevano rapito dal suo Altrove. Eppure quello strano individuo, posseduto da una forza ancestrale, aveva dimostrato quanto si fosse sbagliato.

Un nome era servito a trasformare Aetius- o la creatura che albergava dentro di lui- da minaccia poco credibile ad alleato indispensabile. Seth non era sicuro di cosa credere, ma sapeva con certezza di doversi applicare in tutti modi affinché quel ragazzo sopravvivesse ai giochi dell'Anfiteatro.

La tela di Aspasia Leggi questa storia gratuitamente!