16. Sotto la maschera

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Era già stato legato altre volte.

Un paio di anni prima, Aetius aveva nascosto nella cucina del suo padrone un cane randagio, per fare un dispetto a Despoina. La schiava detestava tutto ciò che non poteva controllare, incluse le piccole palle di pelo che avevano l'abitudine di vagabondare per Felsina alla ricerca di cibo e qualche carezza. Era quasi svenuta per lo spavento, quando aveva aperto la porta della dispensa e il cucciolo le era saltato in grembo, tra le risate di Aetius. Come punizione, il padrone aveva decretato che il ragazzo sarebbe stato legato col suo amico a quattro zampe per un'intera giornata. Gli altri schiavi gli avevano portato ciotole colme d'acqua e scarti da rosicchiare, e lui aveva finito per stare al gioco, abbaiando e lasciandosi grattare la testa. Era stato divertente. Avevano anche tenuto con loro il cane.

Adesso Aetius era tutt'altro che divertito.

Le guardie l'avevano rinchiuso in una cella minuscola, per tenerlo lontano dagli altri prigionieri. Aveva scatenato una rissa talmente grandiosa da attirare l'attenzione del figlio bastardo dell'Imperatore, che al momento stava parlando coi sottoposti di suo padre, testimoni inermi del polverone che il giovane uomo era riuscito a sollevare. 

C'è qualcosa che non va in me, disse fra sé il ragazzo, riflettendo sul moto d'orgoglio fiorito nel suo petto al pensiero di ciò che aveva realizzato quella notte. Eppure, una parte più profonda e seria di lui non poteva fare a meno di formulare quell'idea con tono diverso. Aetius non era semplicemente fiero del suo disperato tentativo di fuga: aveva goduto del caos e continuava a gioirne anche allora, così piccolo in quell'angolo di mondo sotterraneo. 

Era una questione di natura? Tutti i Golem si sentivano più vivi se immersi nel disordine? Poteva credere per davvero alle parole del barbaro?

Era una follia. Modred aveva mentito, sicuro di turbare un ragazzo che sarebbe potuto essere un suo avversario nell'Anfiteatro. Come potevano esistere delle creature che parlavano, sognavano e pensavano come lui? Artifici creati dalle Tessitrici, carne da macello per l'Imperatore, nemici inarrestabili per i barbari? 

Aetius era uno schiavo domestico. Abitava in una casa nobile e i suoi compiti non avevano nulla a che fare con la protezione dei Confini. Nel corso della sua breve vita, aveva dovuto difendere solo l'allegria dei suoi padroni.

Allora perché continuava a chiedersi se il barbaro avesse detto la verità?

La fuga dei suoi pensieri selvaggi attraverso la foresta della mente fu interrotta dall'ingresso nella stanza di un giovane. Capelli bianchi, sorriso affabile, troppo alto per quel buco di cella: Septimus, il bastardo dell'Impero, eterna contraddizione. Aveva avuto modo d'imparare a memoria i contorni della sua schiena nel corso del loro viaggio verso la Capitale: l'altro non l'aveva mai degnato di uno sguardo. Si sarebbe aspettato il contrario, dal momento che entrambi rientravano nella categoria degli sconfitti. Ma il punto era che quel ragazzo non apparteneva né al mondo dei liberi né a quello degli schiavi.

"Non sei un suddito dell'Impero" aveva detto Modred. Forse anche Aetius aveva vissuto in un limbo e non se n'era mai reso conto.

Tuttavia ormai il suo destino era segnato, e non avrebbe mai avuto la possibilità di scoprire la sua identità.

Septimus si scostò con uno scatto fulmineo il lungo ciuffo di capelli bianchi che vestiva la sua fronte. Aetius notò il marchio che era rimasto nascosto fino ad allora e lo contraddistingueva come servo dell'Imperatore. Automaticamente, si sentì tragicamente simile a lui. Ma poi capì il trucco: l'altro voleva qualcosa da lui, e ricordargli che erano sulla stessa barca sarebbe servito allo scopo. Solo che il ragazzo ormai non era più un semplice schiavo.

Era un condannato a morte.

Tentò d'incrociare le braccia sul petto, ma le catene lo trattennero. Per un momento, riuscì a leggere la compassione sul volto del figlio dell'Imperatore. Poco dopo un'espressione neutra emerse fra quei tratti gentili: non era più un uomo, ma uno strumento del potere di suo fratello.

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