15. Uragano

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Aetius si chiuse la porta alle spalle con un tonfo. Vi rimase appoggiato, quasi fosse riuscito ad imprigionare il caos che stava tentando di divorarlo dietro la parete di ferro. Si asciugò la fronte sudata con un lembo dello straccio che un tempo era stato la sua camicia e cercò di tornare a respirare. Aveva bisogno di una via di fuga.

E doveva trovarla subito.

Nel corso della nottata, i suoi occhi avevano finito per abituarsi alla penombra perpetua che regnava nei sotterranei dell'Anfiteatro. Tuttavia, seminascosto in una stanza sconosciuta, faticava a vedere persino i suoi stessi piedi. Il sole sarebbe sorto presto, ma i suoi raggi non avrebbero potuto raggiungere quella tomba senza finestre.

Non mi farò seppellire qui dentro, si disse.

Aveva pensato la stessa cosa nel momento in cui aveva messo piede nell'Anfiteatro e aveva cominciato a torturarsi, alla ricerca del motivo per cui il cavaliere imperiale l'aveva mandato a morire. Non capiva il senso di averlo salvato dalla spada del suo compagno a Felsina, se tanto il suo destino era quello di raggiungere l'Inferno in terra.

Aetius sapeva cos'accadeva in quel luogo ogni sei mesi. Più di una volta vi aveva ironizzato, quando le notizie che giungevano nella casa del suo padrone erano fin troppo orribili da ascoltare. Tentava di stemperare la tensione, sicuro che quelle atrocità avrebbero solo potuto sfiorare le loro orecchie. E, invece, adesso, a causa di quella maledetta voce che l'aveva spinto a compiere una follia, si ritrovava immerso nell'incubo fino al collo.

Nell'Anfiteatro venivano puniti i traditori dell'Impero, i Mal-tessuti, e uno sparuto gruppo di prigionieri barbari, condotti fino alla Capitale per mostrare al popolo la potenza del suo sovrano. Uno schiavo dalla lingua tagliente era decisamente fuori posto... Poi ricordò lo sguardo dei due cavalieri della scorta imperiale, quando avevano deciso che Aetius era diverso dagli altri, appartenente ad una categoria sconosciuta. Che si trovasse in quel luogo di morte per questo?

Anche poche ore prima che iniziasse la caccia all'uomo e lui fosse costretto a nascondersi, si era fatto la stessa domanda. Dopo aver varcato le porte dell'edificio, due guardie dai volti grigi l'avevano trascinato nei sotterranei, per rinchiuderlo in una cella. La puzza che l'aveva assalito all'esterno si era fatta talmente intensa da annullare il suo effetto. Lo schiavo aveva tentato in tutti i modi di far ragionare i due uomini dell'Impero -non aveva fatto niente, se non parlare senza essere interpellato, e nessuno aveva mai pensato di ucciderlo per questo, nemmeno il suo padrone- ma aveva ottenuto solo sospiri infastiditi.

-State facendo un errore grande come il cielo!- aveva gridato, mentre lo imprigionavano in una stanza affollata.

Si era ritrovato circondato dalla feccia dell'Impero, uomini che era abituato a disprezzare, non tanto per le loro azioni, ma per il fatto di essersi fatti beccare mentre le compievano. Un mare di respiri caldi e sofferenti l'aveva avvolto come fumo nero, e aveva finito per sentirsi perso. Non era nemmeno riuscito a memorizzare la strada che dall'entrata l'aveva condotto lì, preso com'era dalla sua boccaccia. Era condannato.

Tanto valeva divertirsi un po'.

Chi non lo conosceva si sarebbe potuto sorprendere dell'effetto che aveva fatto ai suoi compagni di prigionia. Despoina avrebbe commentato stizzita che, nonostante l'educazione impartitagli, Aetius era molesto per natura. Come una pioggerellina insistente o un cagnetto nevrotico. Il ragazzo si trovava ad affrontare degli uragani, ma non gli importava. Se era destinato a morire in quel modo atroce, tanto valeva giocare l'unico asso che aveva nella manica.

Aveva subito individuato l'attaccabrighe del gruppo. Sguardo basso, pugni serrati, una costellazione di lividi. Quell'uomo covava dentro di sé un inverno di rabbia e rappresentava il mezzo perfetto per la realizzazione del suo piano disperato. Erano bastati un paio di insulti e provocazioni -le offese alla mamma non fallivano mai- e l'orso si era risvegliato dal letargo. Occhiata, minaccia, tensione. Lo schiavo sapeva di potersi fare seriamente male. 

La tela di Aspasia [COMPLETA]Leggi questa storia gratuitamente!