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Sento la sveglia ed apro gli occhi di colpo, com'ero abituato a fare la mattina per andare a scuola; ho sempre odiato fare ritardo poiché faccio tutto di fretta e male, non riuscendo nemmeno a svegliarmi bene. Mi sento un po' rincoglionito probabilmente perché, essendo le sette e cinquanta, ho dormito praticamente soltanto per cinque ore ed anche male, per colpa del messaggio di Antonio. Prendo il telefono e lo rileggo, con la mia mente che si fossilizza su come stai?

Come cazzo dovrei stare? Mi hai abbandonato da un giorno all'altro, senza un preavviso minimo, senza mai accennare a questa possibilità. Io avrei somatizzato meglio e sarei stato pronto a lasciarti andare via, senza pianti o cazzate del genere ma, a quanto pare, hai preferito non dire niente fino all'ultimo lasciando questo vuoto, questo cazzo di vuoto, da cui non posso più prenderti. 

Devo stare calmo, devo stare assolutamente calmo o da questo tunnel psichedelico non ne esco più.

Mi alzo e rimango per qualche secondo seduto sul letto, con la faccia fra le mani, ma non voglio piangere, assolutamente, solo somatizzare.

Ma come si fa?

Sono le otto e un quarto ed il pullman per Galway starà già partendo mentre io sono ancora qui, seduto sul letto a perdere tempo con il telefono. Vado sul sito dei bus e vedo che ce n'è un altro alle nove ed un quarto: abbordabile, tanto che avrei dovuto fare a Galway tutta la giornata. Mi alzo definitivamente e mi trascino a fatica verso il bagno nella penombra della mia stanza, creata dalla tenda ancora non tirata su. Mentre mi lavo i denti cerco lo Starbucks più vicino così da poter andare almeno a fare colazione e ne trovo uno proprio vicino alla fermata del pullman, così da poter velocizzare tutto. Metto una maglia blu, il pantalone nero skinny ed una felpa rossa tendente al bordeaux con il mio solito k-way per proteggermi dalla pioggerellina irlandese. La mattina è fresca ma non eccessivamente fredda con la solita cappa di nuvole che non fa passare nessun raggio di sole mentre, in strada, non c'è quasi nessuno. Cerco, senza mettere il navigatore, di orientarmi un po', sapendo soltanto che sono a quattrocento metri da fermata e Starbucks ed inizio a passeggiare piano, non voglio andare di fretta. Penso a quanto sia bella questa mattina, nonostante i colori tendenti al cupo, grazie alle case ed ai portoni sgargianti, la poca gente che passeggia senza apparenti preoccupazioni e la vita che passa ma mi segna, vuole restare con me per sapere cosa succederà di secondo in secondo. In un attimo mi ritrovo davanti allo Starbucks ed è magnifico; è un vecchio bar tutto in legno, con grandi vetrate all'ingresso ed una porta girevole. Alcuni ragazzi sorseggiano qualcosa su dei tavolini ma tendenzialmente il locale è vuoto.

«Salve, desidera?».

«Un cappuccino ed una ciambella, grazie».

«Nome?».

«Simone».

«Va bene, arrivano subito».

Il commesso che mi ha servito sembra molto giovane, a tratti più di me. È bassino, biondo, con gli occhi marroncini e porta un tatuaggio che gli parte dalla spalla fino alla mano destra raffigurante un tribale in bianco e nero.

Dopo pochi minuti eccolo di nuovo di fronte a me.

«Ecco a lei, sono sei e quaranta».

Infilo la carta nel POS e digito il codice.

«Posso accomodarmi su, vero?».

«Certo, prego».

Prendo il mio enorme cappuccino, la ciambella alla fragola e salgo su, dove una scala in legno mi porta in un balconcino pieno di cuscini e tavolini che rasentano il pavimento. Sono solo e quindi posso scegliere il posto che voglio, con i ragazzini al piano di sotto che sono appena andati via. Mi fermo un po' lì, a sorseggiare ed a contemplare il vuoto cosmico davanti a me; non penso a niente e non voglio nemmeno, non voglio che ci sia qualcos'altro che possa far sgretolare questi dieci giorni. La mia colla è l'Irlanda, o almeno così spero, e potrò ottenerla solo alla fine di tutto questo.

Mi difenderò a pugni chiusi.

Sono le nove e cinque e sono alla fermata già da cinque minuti per paura di perdere il pullman, che vedo arrivare proprio in questo momento, verde sgargiante ed arancione, con due fari enormi. Si ferma proprio davanti a me ed io, assieme ad altre cinque persone, saliamo subito. L'autista mi fa il biglietto ed io inizio a percorrere il corridoio per cercare un posto che mi piaccia, optando alla fine per l'ultimo in fondo a sinistra. Mi siedo, tolgo il k-way perché fa davvero troppo caldo sul pullman, sistemo lo zaino sul sedile di fianco al mio ed indosso gli auricolari, facendo partire Quando sono con te degli Ex-Otago e chiudendo gli occhi.

D'improvviso | #Wattys2017Leggi questa storia gratuitamente!