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12. Libera

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ARACNE RACCONTA

Quando il nulla regnava in ogni angolo della realtà, emerse dal vuoto un essere umile e privo di qualsiasi brama. Aveva otto zampe pelose ed era scuro come la notte che un giorno sarebbe venuta. Si nascondeva tra le pieghe del vuoto e, nella sua fuga, lasciava dietro di sé una scia di materia. Fu così che, tra i suoi fili di ragnatela, nacquero le stelle e sorsero i pianeti.

Nel momento in cui il ragno completò il suo giro, non comprese che aveva vinto il nulla senza nemmeno saperlo, e continuò ad avvolgere il creato coi suoi fili, dando vita ad infiniti piani del reale.

In uno degli strati più profondi della matassa, vivevano due sorelle fatte di luce. La prima -Akantha, Sole- brillava impetuosa, come il guerriero affamato di nemici. Abbracciava un intero mondo il più a lungo possibile coi suoi raggi, ma finiva sempre per essere vinta dal sonno.

Ed era allora che la seconda -Tethys, Luna- saliva nel cielo e cantava senza che nessuno la sentisse. Non aveva paura di essere vista, ma preferiva i segreti dei fili del Grande Ragno alla battaglia.

Le due non avevano parole per raccontarsi la vita, né desideravano condividerla. Ma erano pur sempre sorelle, fatte della stessa materia celeste.

Forse per questo fu così facile sedurle entrambe le prima volta.

Fu il Vento -Raiden, mago invisibile- a generare con entrambe delle eredi, giovani umane abbandonate tra le braccia della vita, separate dall'incompatibilità delle loro madri, ma unite dal potere del sangue.

L'odio prevalse sull'amore, e i giorni e le notti piansero la perdita e il tradimento.

Ma, nonostante il dolore, il Vento dalle infinite forme, in un abbraccio o con una spinta, trovò sempre il modo di vincere l'orgoglio delle sorelle.

E così nacquero altre bambine, piovute sulla Terra nel perpetuo silenzio proprio delle loro madri.

Mi dissero che io ero una di quella figlie del cielo. Ma io capivo che erano tutte storie, che il sole e la luna non avevano un'anima e che il vento soffiava senza uno scopo. E, soprattutto, che i ragni tessevano le loro tele sui muri, non nel mare del nulla.

Io, Aracne, non ero sostanza celeste fattasi carne, ma il frutto di qualche amore proibito, maturato in una notte profonda.

L'avevo sempre saputo.

Pare che nella Corte d'estate si dicesse che l'Imperatore avesse scelto di accogliermi lì e di non mandarmi dalle mie sorelle lunari, perché, ancora in fasce, mi ero alzata in piedi sui ciottoli della via, da cui passavano lui e il suo cavallo, e avevo parlato accompagnata da quello stesso scetticismo.

Ero una bambina prodigiosa e maledetta agli occhi di tutti, però io avevo finito per convincermi che l'Imperatore fosse mio padre e che mia madre fosse morta dandomi alla luce.

Così i miei occhi scuri e inesperti non si posarono sulle porte segrete dell'Isola, il luogo in cui venivano cresciute ed iniziate ai misteri del Grande Ragno quelle come me.

No, i miei primi ricordi furono gli occhi decisi e impavidi di Hadrianus, l'erede dell'Imperatore, e il sorriso innocente di Septimus, che aveva ancora i capelli scuri come i nostri.

Era uno schiavo, per nascita, ma cresceva nella Corte d'estate con me ed Hadre, come se fossimo una famiglia, convinti di questo legame perché avevamo lo stesso padre. Io stessa non mi rendevo conto della sua condizione così diversa dalla nostra.

Capii quando una sera, durante un banchetto, l'Imperatore, spaventoso con le sue corna da re dei tori sul capo, gli chiese, come sempre, di riempire il suo calice di vino.

La tela di Aspasia Leggi questa storia gratuitamente!