Dicembre 1996

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"Vigorsol può cambiare il gusto della tua vita."

Tin tin tin, tintinnano ancor i campanelli della slitta che sulla neve va e le parole di Angelica nella mia testa di Natal: «Vorrei essere tua madre, tua figlia e tua anima insieme. Per avere la certezza che se si sciogliesse un legame ce ne sarebbe un altro e un altro ancora, per rimanere dentro di te per sempre.» Ripiego il bigliettino del nostro mesiversario e lo infilo nel portafogli sorridendo ebete come un Playmobil. Sto ciondolando avanti e indietro sul marciapiede del corso. Gioco a stare in equilibrio sul cordolo guardando sfilare la gente affrettata carica di buste, pacchi, pacchetti e fisso le lucine tese fra un palazzo e l'altro, ghirlande elettriche a forma di stella cometa, di alberello infantile, di fiocco di neve. L'ultimo festone in fondo alla via ha una fila di lampadine bruciate.

«Tutto molto bello», come dicono durante le telecronache delle partite di calcio quando un'azione si risolve in un tiro completamente inutile. A questo punto ci starebbe a meraviglia un elenco di regali preciso fin nei minimi dettagli, in puro stile Bret Easton Ellis: decine di prodotti nominati per nome, cognome, marca, modello e numero di serie e forse così si crederebbe, o almeno ne darei l'impressione, che sotto le feste B. è uguale a Manhattan, con la stessa foga, la stessa opulenza, gli stessi senzatetto che spingono lungo i margini delle strade i loro carrelli arrugginiti ricolmi di stracci tolti ai supermercati. Come lo zingarello laggiù, che s'incolla ai pantaloni dei passanti peggio di un dobermann.

Ma in questo natalizio pomeriggio di freddo polare B. è come durante il resto dell'anno, ipocrita e provinciale, solo più verde e più rossa. I cartoni del latte nei supermercati affollati e gli autobus per le vie ti fanno gli auguri con un illeggibile carattere Mistral rosso su sfondo verde. Nelle vetrine i cartellini dei prezzi sono ritoccati con Uniposca verdi e rossi e una spruzzata di neve spray. E come se non bastasse, i rossi tappetini di benvenuto davanti ai negozi sono agghindati da verdi pini nani di plastica. Per non essere contagiati da questa virulenta ipertrofia dicromatica ci vuole una massiccia dose di incoscienza, quello stato di imperturbabile insipienza tipico: a) dei dementi all'ultimo stadio, b) dei tossicomani in pieno trip, c) degli innamorati. Marco la «c».

Mentre aspetto Angelica, inizia a nevicare e naturalmente collego i due eventi fra loro. Come potrebbe essere altrimenti? Riconduco qualsiasi fatterello a lei, meteorologia inclusa, neanche fosse una dea (è una dea). Scendono enormi fiocchi larghi e aperti come foglie di fico. Stranamente, non sono verdi. In un attimo la neve mi si attacca al montgomery amaranto e mi ritrovo candido come una Barbie sposa. E mi surgelo. L'Eden è lontano una Bibbia. Rialzo il cappuccio, soffio uno sbuffo di fumo e caccio le mani in fondo alle tasche piene di briciole. Sono i rimasugli dei cracker di mercoledì scorso. Il mio ultimo esame. Giorno di festa. Come quello di Tati. Siamo tutti mimi, tutti pagliacci, tutti burattini.

Mercoledì scorso. Mille anni fa. Non pare vero. Ho finito. Vorrei urlarlo in faccia a tutti, tutti, tutti, tutti, anche a quella signora lì, con la pelliccia di coniglio che sembra una vista esplosa dell'encefalo passata allo scanner in 256 toni di grigio. Ma dove cazzo le comprano pellicce così? Mai viste in vetrina, mai. L'elenco delle sterminabili si allunga a dismisura. Spenderò un capitale in munizioni, ma ne sarà valsa la pena. Il mondo brillerà di pulito senza bisogno di detersivo. Sarò io il Mastro Lindo dell'Apocalisse.

Ho davvero finito. Ho dovuto aspettare un'eternità, ma alla fine quell'alienato di Storia della televisione ha firmato il registro accanto al mio nome, giusto sotto il voto in lettere, liberandomi da una museruola che non sopportavo più. Sei ore di tortura davanti allo studio del docente aggrappato al calorifero come un doccione gotico, un cracker estratto dalla tasca ogni ora, tanto per lubrificare la mandibola e per sedare i morsi della fame atavica che mi perseguita (ma non ingrasso; covo parassiti?), un sorso d'acqua lappato al rubinetto del bagno per non crepare soffocato dalle gallette, un occhio al Casio digitale da perito informatico, una spolverata agli occhiali con il Kleenex sudicio, uno sbadiglio, due sbadigli, tre sbadigli. Ecco come si aspetta il turno all'esame. Siamo in ventidue. Venti minuti a testa. Per fortuna il chiarissimo professore e l'opaco assistente hanno premura di tornare a casa prima che si ghiaccino le strade. Come di consueto sono fra gli ultimi della lista e mi ammazzo di noia per non ammazzare altri. Altre. In corridoio, inscopabili ragazzine in linde camicie a fiori e cardigan rosa antico si scambiano dubbi che non dovrebbero avere, vista la mole degli appunti che si trascinano appresso. Sono tutte più giovani di me e io non ne conosco nessuna; questo fatto, unito alla loro generale bruttezza, mi sgomenta.

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