6. Velo nero (seconda parte)

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La città doveva essere sveglia. Il sole -Akantha dai raggi sanguinari- ormai aveva preso il posto della luna -Tethys, madre di sogni e tradimenti- e gli abitanti di Felsina avevano il dovere di riprendere il circolo delle proprie vite. Ogni giorno Aetius salutava i soliti commercianti, si nascondeva ancora dai furfanti con cui aveva contratto debiti di gioco e sorrideva sempre alle ancelle di qualche matrona. Aveva la sensazione che tutti interpretassero un ruolo in una recita replicata all'infinito. Solo la città -viva, rossa, libera d'invecchiare senza mai morire- mutava, in un turbinio di proiezioni future e fantasmi del passato.

Entrò nella bottega in cui doveva svolgere la prima commissione del mattino e si stupì nel trovarla vuota. Chiamò invano il proprietario e suo figlio, ma finì col pensare che si fossero allontanati per qualche minuto.

Fece scivolare un sacco di farina nel suo zaino, per poi spuntare una voce dalla sua lista e uscire dal negozio.

Nel corso del suo giro, non incontrò anima viva e finì per rubare anche nelle altre due botteghe in cui aveva il compito di recarsi. Sembrava che tutti avessero deciso di lasciare incustoditi i loro negozi in modo tale che Aetius potesse svaligiarli senza essere notato.

Mentre pensava a come spendere per sé il denaro che avrebbe dovuto impiegare per le spese del mattino, intravide un bambino scalzo mentre svoltava l'angolo.

In pochi secondi gli fu vicino. Era il figlio minore di Ephesius, uno degli schiavi di una delle grandi famiglie di Felsina. Aetius lo bloccò, afferrandogli una spalla.

«Dove stai andando?» gli chiese, con uno dei suoi rari sorrisi spontanei. Il marmocchio fremeva di rimettersi a correre.

«Mamma mi ha chiesto di tornare a prendere i fiori di agrifoglio» rispose il bambino, aprendo le manine, prima strette a pugno. Aetius riconobbe i petali bianchi, che sembravano più pallidi del normale tra le mani sporche del figlio di Ephesius.

«Dove sono i tuoi genitori?» aggiunse, pensieroso. Il ragazzo ricordava l'opinione popolare secondo cui quella pianta serviva a proteggere dai malvagi.

«Sono nella piazza di Càel. Il figlio dell'Imperatore sta tornando nella capitale!» gridò il bambino, liberandosi dalla stretta di Aetius e correndo via.

Rimase alcuni istanti immobile. Non sapeva che Hadrianus, il principe ereditario, il giovane toro, fosse a Felsina. Non era più tornato lì dopo la morte della sua moglie-Tessitrice.

Era comprensibile che tutti gli abitanti della città avessero abbandonato le loro occupazioni per rendergli omaggio, eppure non gli era chiaro il motivo per cui la moglie di Ephesius avesse ordinato al figlio di portargli dell'agrifoglio.

L'unico modo per scoprirlo era andare in piazza Càel.

Aetius corse senza sforzo, fino a che il respiro della folla non lo aggredì. I cittadini di Felsina stavano abbandonando il luogo di ritrovo della città -piazza Càel, il regno del Cielo- per incamminarsi, in un grande corteo, verso le porte della città.

Il ragazzo s'infilò tra le fila del popolo adorante senza parlare con nessuno. Avvertì subito, però, un senso di disagio: gli abitanti non cantavano né invocavano il nome del loro futuro Imperatore. Uno strano malcontento serpeggiava tra la folla, ed Aetius si sforzò di trattenere alcuni brandelli di conversazione.

Tessitrice... Ritornata... La fine... La malattia... La morte...

Il ragazzo corse, tentando di non scontrarsi coi suoi concittadini. Aveva bisogno di vedere coi suoi occhi cosa stesse accadendo. Grazie alla sua agilità, non ebbe troppa difficoltà a raggiungere la punta del corteo. Ignorò le lamentele degli altri curiosi e, finalmente, vide.

La tela di AspasiaLeggi questa storia gratuitamente!