Diciotto

1.4K 86 18


La professoressa di storia ci accoglie con una bellissima interrogazione e chi sarà mai lo sfortunato della classe? Io, ovviamente. Nonostante me la cavi in questa materia, oggi non ho dato il massimo, soprattutto perché non avevo studiato molto durante le vacanze. Le sue domande sono sempre così complicate e implicano troppo ragionamento. Solitamente interroga a coppie, ma proprio oggi ha deciso di torturare una sola persona.

Ivy cerca di suggerirmi, muovendo le labbra, senza parlare, ma io proprio non capisco. Lei è gentile in queste occasioni, anche nei compiti in classe. La maggior parte delle volte, però, sono io quella che suggerisce e lei quella che copia. Ma va benissimo così, possiamo invertire i ruoli, una volta tanto.

«La Brown deve sempre rompere le palle, non la sopporto.» si lamenta Ivy, sbuffando e alzando gli occhi al cielo. Annuisco, essendo d'accordo con lei. Al suono della campanella, per l'inizio dell'intervallo, tutti gli studenti nella mia classe si alzano all'unisono e si riversano fuori dall'aula, con un passo stanco e svogliato.

«Sì, ma mai come la Bouchard!» mi lamento, parlando della professoressa di francese. Io e Ivy raggiungiamo le solite panchine vicino ai nostri armadietti e, dopo aver riposto i libri, possiamo rilassarci bevendo una cioccolata calda. Il tempo a disposizione non è molto, eppure riusciamo a parlare di un sacco di cose. Il primo argomento è Shawn.

«Allora... come sta il tuo amichetto canadese?» chiede, guardandomi con i suoi occhi azzurri. Odio quello sguardo: significa che non smetterà di stressarmi finchè non le racconterò tutto. Le dico che mi ha scritto questa mattina, senza aggiungere altro. Lei sembra subito interessata, ma dopo averle mostrato il testo, ammette di aver creduto che fosse qualcosa di più importante.

«Arriverà anche quel tipo di messaggio, tranquilla, in cui ti chiederà di-»

La interrompo subito, ridacchiando; non voglio sentire quello che ha da dire, sarà anche qualcosa di innocuo, con lei è meglio prevenire. «Okay, Ivy.»

«Posso leggere il messaggio di Jasper?» sussurra, indicando il telefono. Perché dovrebbe? Lei in persona ha detto che Jasper è uno stronzo. Non capisco cosa voglia ancora. Comunque, le passo il telefono, supplicandola di non riferirmi ciò che ha scritto ed eliminarlo subito dopo averlo letto. Lei, ovviamente, non ascolta nessuna delle mie preghiere e legge ad alta voce il messaggio:

«Kim, non ero in me l'altro giorno. Ti prego di scusarmi. Capirò se non vorrai più vedermi o parlarmi, o qualsiasi altra cosa. Ma, anche se non mi crederai, ti amo e sei importante per me. Oggi non verrò a scuola, tu però vieni a casa mia questa sera. C'è mia madre qui con me, non ti farei mai del male in ogni caso.
Tuo, J.
»

Nonostante sia stato Jasper a scrivere, colui che ha picchiato me e Shawn, lo stesso ragazzo che mi ha dato della puttana, che mi ha accusato di averlo tradito più di una volta, credo che le sue parole siano vere. Per lo meno al 90%.
Lui vuole veramente riallacciare il rapporto che aveva con me e sebbene il cuore mi intimi di non azzardarmi a prendere in considerazione la sua proposta, la mia mente consiglia di provare a perdonarlo, di sentire quello che ha da dire. Potrebbe non funzionare, ma Jasper, anche se non si direbbe, è importante per me. Non sarà mai - e poi mai - come Shawn, ma lui mi ha tenuto compagnia in questi anni di solitudine, un po' come Ivy e Oliver.

«Non vorrai mica andare, vero?» esclama Ivy, spalancando la bocca.

«Devo sentire quello che ha da dire in merito.» sussurro, a testa bassa. Lei alza gli occhi al cielo e mi raccomanda di fare attenzione - molta attenzione - e di non fare cazzate. Penso che Jasper, sotto sotto, sia una persona magnifica. Certo, noi non andiamo molto d'accordo, non siamo la coppia perfetta, ma io credo di provare qualcosa per lui. Non è sicuramente amore, ma gli voglio bene. Sembrerò strana, eppure Jasper mi è stato vicino più di chiunque altro, forse più di Oliver. Quando non era ubriaco, Jasper è sempre stato tanto dolce e premuroso. È l'alcool che lo cambia. Lui non è la stessa persona quando beve, è molto diverso. Il giorno dopo non si ricorda mai ciò che è successo il precedente. Credo che la colpa sia anche mia, perché se lui ci tenesse a me, forse smetterebbe di ubriacarsi. Forse diventerebbe un ottimo ragazzo, sempre e solo sobrio.

«Ti prego, fai attenzione. Il mio numero lo hai, chiamami se hai bisogno.» mi raccomanda Ivy, distogliendomi dai miei pensieri. La ringrazio, abbracciandola, proprio quando la campanella suona.

«Stai tranquilla, me la caverò.»


Dana mi ha preparato il solito pranzo: patatine fritte e uova. È il piatto del lunedì e lo assaporiamo assieme ogni settimana. Dana è una donna simpatica e sa mantenere una conversazione. Mi chiede del fidanzato, di Shawn e della scuola. Da quando il mio migliore amico ha lasciato la città, continua a chiedere di lui.

Come vi siete conosciuti? È più grande di te? Perché non si trasferisce qui con te? A lui piaci, non è vero?

Tutte domande personali. È una donna impicciona e furba; ad esempio, dopo qualche forchettata, se ne viene fuori chiedendomi come va al liceo, poi passa alla scuola di Shawn e così via. Sono tutti argomenti e domande collegate, come se stesse cercando di raccimulare più informazioni possibile, per poi scriverne un libro. È una donna piuttosto strana. Ascoltandola parlare, credo provenga dalla Russia. È molto alta, robusta e con un bel caschetto nero. Sul suo grembiule sono raffigurate quattro matriosche colorate, in ordine crescente. C'è la più alta e grossa, poi si passa alla media, alla piccola e alla minuscola. Nella parte superiore del grembiule, c'è una scritta in russo. Che lingua complicata, con l'alfabeto completamente differente dal nostro.

Voglio sapere un po' di più della sua vita. Non le ho mai chiesto niente e credo che ora sia arrivato il momento. Dana sembra a mia completa disposizione, dato che sta soltanto togliendo la polvere dai mobili della cucina. Mi sistemo sulla sedia, libri e quaderni di matematica davanti a me. Scrivo qualche operazione e poi la guardo. Ora, tocca a me indagare sulla sua vita.

«Dana, posso farti una domanda?»

«Certo, Kimberly.» Rabbrividisco, nessuno mi chiama mai con il nome intero. Non mi piace neppure. Direi che KimKim è preferibilmente migliore.

«Tu sei di Mosca?» chiedo, e subito Dana si precipita in una lunga conversazione sulla Russia: «Devi sapere che la Russia non è solo Mosca, è molto, molto estesa. Ci sono tante città favolose, come...» Dopo una serie di nomi che non riesco proprio a capire, continua: «Comunque, io provengo da una città a qualche ora di distanza, un bellissimo posto. Lì vivono le mie cinque figlie, insieme a mio marito. Abbiamo una bellissima casa vicino ad un parco molto verde e pulito.» Credo di voler scoprire molto di più sulla Russia, ma soprattutto sulla sua famiglia, che sembra aver abbandonato per venire a Boston. Sarà sicuramente una questione di soldi, perché chi abbandonerebbe la propria famiglia, per viaggiare fino all'altro capo del mondo e lavorare per delle persone che non ci sono praticamente mai? Sicuramente, non io.

«Sai, io sono russo-americana, mia madre è americana, mentre mio padre è russo. Lui era proprio qui a Boston quando ha incontrato l'amore della sua vita.»

Continuo i miei compiti, mentre Dana, che era il nome della sua bisnonna da parte della madre, non smette di raccontare come i suoi si sono incontrati e dove si sono sposati. A quanto pare, era una magnifica chiesa russa, con delle bellissima cappelle colorate e una strana architettura.

Il tempo corre ed è quasi ora di cena, mentre Dana sembra che abbia la parlantina, il mio cellulare squilla. È un messaggio di Jasper: Ti sto aspettando. Vieni, ti prego. Devo assolutamente spiegarti ogni cosa. J xx

A/N
Ciao a tutti! Ho pensato che forse sarebbe meglio pubblicare almeno due capitoli alla settimana, che ne dite?
Un bacio xx

Ti Scatterò Una Foto | Shawn MendesLeggi questa storia gratuitamente!