19 (Parte prima)

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Bolo si affrettò lungo una strada che aveva da tempo smesso di essere considerata tale. I suoi passi risuonavano nel silenzio di un vicolo puzzolente, con le scarpe che affondavano nel terreno quasi quanto la punta del suo bastone. Da quando la Morte nera gli aveva "mangiato" un piede, non riusciva più a camminare molto in fretta. Il bastone lo aiutava, ma nulla poteva contro tutto il resto.

Bolo stava morendo.

Il morbo l'aveva colpito quando era ormai convinto di essersela cavata. Sua moglie se n'era andata due anni prima e i suoi quattro figli l'avevano seguita in rapida successione. Pur essendo stato vicino a ognuno di loro fin quasi alla fine, Bolo non aveva mai contratto il morbo, tanto da arrivare a credere di essere una specie di miracolato, una sorta di prescelto di Nergal. Si era sbagliato.

Un giorno si era svegliato con qualche linea di febbre ed era rimasto a casa a riposare. Il giorno seguente non era riuscito ad alzarsi dal letto e quello dopo aveva capito che anche per lui era giunta la fine. Il piede era stato la prima cosa a lasciarlo. Nel giro di una settimana era così malridotto, che aveva dovuto chiedere a Luin il macellaio di amputarglielo.

Era sopravvissuto alla mutilazione, ma solo per scoprire che la Morte nera gli aveva invaso il corpo. Il viso si era ridotto a un'unica massa purulenta di vescicole, piaghe e ulcere, che grondavano pus e sangue. Bolo aveva dovuto avvolgersi il viso in una benda per evitare che il suo aspetto deforme spaventasse i pochissimi abitanti ancora vivi.

Secondo le sue stime gli restavano tre, forse quattro giorni di vita. Ecco perché si stava affrettando: non sapeva quante volte ancora sarebbe potuto andare in piazza e seguire la funzione. Sapeva di essere sporco e di emanare un tanfo tale che non sarebbe passato inosservato neppure tra la folla di appestati, miserabili e moribondi che gremiva la piazza principale di Palash. Ma non gli importava. Avrebbe fatto come le altre volte e sarebbe rimasto ai margini a seguire la messa da lontano.

Era ancora a metà strada, quando udì il suono caratteristico che chiamava i fedeli a raccolta, là come in qualunque altra città. Un ragazzetto lo sorpassò di corsa. Gli sfrecciò accanto con i piedi scalzi e i capelli lerci. Bolo lo vide svanire oltre un angolo, giudicando che dovesse avere sì e no dodici anni, la stessa età del suo terzo figlio quando era morto.

Ebbe bisogno di un istante per fare pace col suo dolore. A distanza di diversi mesi dalla morte del suo ultimo figlio, non riusciva ancora a perdonarsi. Aveva perso la voce a forza di pregare, ma Nergal non lo aveva ascoltato. Molti, al suo posto, si sarebbero rivoltati contro quel dio crudele, ma non lui. Bolo sapeva che il volere di un dio non può essere compreso dalla gente comune. Col tempo, anzi, era stato grato a Nergal. Salvare i suoi figli avrebbe significato costringerli a vivere in un mondo dove dolore, paura, infelicità e sofferenza erano all'ordine del giorno. Portandoli via, invece, li aveva condotti in un posto migliore, dove anche lui sarebbe andato di lì a breve.

A differenza della maggior parte degli abitanti, lui non si recava in chiesa per chiedere la grazia o per essere curato dalla Morte nera. Tutt'altro. L'unico motivo per cui assisteva alle funzioni quotidiane era per ammirare il sommo Padre e pregare con lui. Un uomo nelle sue condizioni, per essere felice, non aveva bisogno d'altro. Perso di vista il ragazzo, si ritrovò di nuovo solo. Non lo sarebbe stato ancora per molto, comunque. Già udiva il vociare della folla. Svoltò infine un angolo e si ritrovò nella piazza principale di Palash. In fondo scorse la chiesa più imponente dell'intero culto di Nergal, un palazzo che rispecchiava la grandezza del loro dio e la potenza della sua natura divina.

Bolo era nato nella capitale e in tutta la sua vita non si era mai allontanato da quello che tutti consideravano l'ultimo e più potente faro contro l'oscurità che gli eretici avevano diffuso nel mondo.

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