L'ultimo dei Prescelti

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Quella notte aveva visto due enormi occhi nell'oscurità. Emanavano una potente luce azzurra, così intensa da illuminare l'intero corpo del bambino.
Incuriosito, Suna tentò di avvicinarsi, tastando con i piedi nudi la fredda pietra ma la luce si fece rossa all'improvviso, accecandolo.
In un bagno di sudore, con la testa che gli fischiava dal dolore, aprì gli occhi.
Ci mise una manciata di secondi, che parvero infiniti, prima di capire dove si trovava. I raggi di sole dell'alba filtravano dalle fessure delle finestre chiuse mentre il calmo silenzio rotto solo dal lento respirare dei suoi compagni gli calmavano i battiti del cuore, che pompava furioso nel petto. Il profumo degli incensi ormai spenti, l'odore di casa, gli riempì i polmoni, stuzzicandogli le narici.
Razionalizzando che era stato solo un sogno, s'impose di calmarsi. Poteva concedersi ancora un paio d'ore di sonno e preferiva sfruttarle a dovere.
Si accovacciò sul fianco destro, mentre anche il dolore alla testa andava ad attenuarsi, e osservando il suo migliore amico dormire sonni tranquilli, si assopì anche lui.


La mattina arrivò presto e con essa i pesanti allenamenti giornalieri.
Quando un ragazzo raggiungeva l'età adeguata doveva lasciare la propria abitazione d'infanzia e sistemarsi con gli altri aspiranti guerrieri. Un giorno avrebbero protetto il villaggio e per ogni bambino era un grande onore essere scelto.
Per Suna era il primo anno e si lasciava guidare dalla decisione di non deludere i propri genitori. L'onore della famiglia era riposto in lui, essendo figlio unico, ma mai l'aveva percepito come un peso; era felice perché sentiva di poter fare la differenza agli occhi di suo padre e sua madre.
Era piccolo di statura ma molto agile e veloce nell'arrampicarsi; in questo mai nessuno riusciva a batterlo. Sapeva quindi di avere in servo delle belle carte da giocare.
In compenso non aveva neanche mai sofferto la mancanza di un fratello; Suna e Tico erano praticamente cresciuti insieme, diventando molto più che semplici amici.
Avevano due anni di differenza e Suna era cresciuto sotto la sua saggia guida; quando aveva paura lo rassicurava sempre, aiutandolo nelle difficoltà. Si volevano un bene immenso e, dopo le ore passate ad allenarsi e a studiare, quando il pomeriggio si avviava alla sera, correvano a rifugiarsi nel loro posto speciale per parlare e riposare indisturbati.
Qualche anno prima avevano scovato quel posto sul limitare della foresta: un enorme albero cavo. Capirono subito che sarebbe stato perfetto come base segreta e quindi non ne fecero parola con nessuno.
L'interno era abbastanza grande da ospitarli entrambi, anche se Tico era cresciuto molto e cominciava a fare fatica a entrare. Suna in confronto era mingherlino e ci stava ancora senza problemi.
Accomodati sulla fresca paglia con cui era ricoperto il terreno, che loro cambiavano regolarmente, rilassarono i muscoli indolenziti, liberando i pensieri dalla mente affollata.
Suna chiuse gli occhi per godersi ancora meglio quel momento di pace. Il caldo stava lasciando spazio alla frescura della sera, spazzato via da una leggera brezza che faceva frusciare i rami degli alberi intorno, come se volessero parlare, raccontandosi le moltitudini di cose che avevano visto accadere nei loro decenni di vita.
Ma nell'oscurità della sua mente Suna rivide quegli enormi occhi rossi, così luminosi da fargli male. Trasalì spaventato, accorgendosi di aver cominciato ad avere freddo all'improvviso; non ci aveva pensato per tutto il giorno, trasformandolo quasi in un ricordo lontano, e adesso gli tornava in mente, con ferocia e prepotenza.
Una fitta alla testa lo attanagliava.
«Che succede?» chiese Tico, con un tono di voce che tradiva un po' di preoccupazione.
Suna abbassò immediatamente lo sguardo. L'amico, insistendo, continuò: «Sei diventato pallido e stai tremando... ».
Per la prima volta nella sua vita il bambino era incerto se parlare o no con il proprio migliore amico.
Cosa sarebbe successo se gli avesse raccontato la verità?
C'erano infinite possibilità ma tutte avrebbero portato alla medesima soluzione, cioè dire ogni cosa al Maestro.
Suna aveva sempre nutrito un certo timore nei suoi confronti e il doverci parlare senza saper spiegare cosa esattamente gli stava accadendo lo terrorizzava. Poteva vedere nella propria mente la sua enorme stazza che lo sovrastava mentre, con quei due pozzi neri che aveva al posto degli occhi, lo osservavano fin dentro l'anima.
Tantissime volte Tico gli aveva detto che la sua era una paura veramente stupida ma Suna non aveva mai cambiato idea. L'irrazionale prendeva il sopravvento su ogni razionale pensiero, demonizzando un semplice, anziano e saggio uomo.
Questo gli serrò i denti, impedendogli di confidarsi con il suo migliore amico. Continuò a puntare lo sguardo altrove, rivivendo dentro di sé quel terrore; l'ombra imponente e lo sguardo indagatore del Maestro, con dietro gli enormi globi rossi che tingevano ogni cosa di scarlatto.

Fu mentre si avviavano verso casa che Suna vide per la prima volta quella piccola farfalla azzurra volargli intorno. Emanava dalle ali luce propria e il bambino non ne aveva mai vista una prima. Camminava lentamente, distante alcuni metri da Tico, barcollando a causa della febbre, che gli aveva arrossato le guance. Però si fermo del tutto, senza neanche accorgersene, alla vista dell'insetto. Aveva una bellezza ultraterrena ma Suna non poteva comprendere a pieno i sentimenti che gli suscitava, lasciandosi solo traportare dalla soave magia che lo alienava. In quel momento Tico lo stava chiamando, arrivando anche a scrollarlo delicatamente, ma il bambino non reagiva perché la sua mente era altrove, persa nella beatitudine scandita dal battere d'ali della farfalla.
Allora il suo migliore amico lo smosse con più forza, rischiando di farlo cadere a terra, ottenendo l'effetto desiderato; gli occhi di Suna, prima persi, tornarono vividi, focalizzando il viso di Tico.
«Hai la febbre alta, bruci!». Lo guardava dall'alto al basso, visibilmente preoccupato. «Devi dormire... ti porterò io da mangiare appena ho finito. Dirò che ti sei stancato molto oggi durante gli allenamenti. Ma domani giurami che mi racconterai cosa ti sta succedendo. Lo prometti?».
Suna annuì, sorpreso ma non troppo. Per questo adorava Tico; anche senza parlare riusciva perfettamente a capirlo. Non aveva insistito per sapere cosa stava succedendo e glie ne era grato, ma in fondo lo stesso bambino non sarebbe stato in grado di spiegargli un granché. Ma una promessa è una promessa e lui il giorno seguente gli avrebbe raccontato tutto, affrontando le conseguenze. Glie lo doveva.
Sorrisero entrambi e insieme si incamminarono verso casa. Suna mormorò: «Grazie di cuore.» e Tico annuì. Si erano compresi alla perfezione e il loro silenzio era più chiaro di mille parole. Un legame indissolubile.
Nessuno dei due poteva sapere che il giorno dopo non avrebbero avuto modo di parlarne.
Come Suna non avrebbe potuto mai immaginare che si sarebbe trovato a faccia a faccia con il destino, che aveva la forma di una bestia mangia-uomini.
Adesso pensava vagamente alla farfalla azzurra e a quei enormi occhi luminosi, prima anch'essi azzurri e poi rossi, mentre la febbre gli debilitava il corpo, i brividi lo attanagliavano e la testa era pervasa dalle fitte. Ogni cosa svaniva nella forte consolazione che il calore dell'amicizia poteva offrirgli.


SPAZIO AUTRICE:
Sinceramente non penso che sia molto da dire. Se avete qualsiasi dubbio chiedete.
Voglio solo specificare che Suna è il nome di fantasia che è stato dato da un mio amico al bambino protagonista del terzo videogioco del Team Ico, The Last Guardian.
Qui ho semplicemente immaginato e narrato gli eventi che precedono l'avventura che attende Suna, lanciando uno sguardo sulla sua vita normale e come essa viene sconvolta all'improvviso.

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