1. Incubi di terra e specchi

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Era notte e il buio avvolgeva ogni cosa.

Aspasia correva in un bosco sconosciuto senza ricordarsi il perché. L'odore di morte la inseguiva come un cane da caccia e la vita l'abbandonava ad ogni passo. I suoi piedi sprofondavano nel terreno, procedendo in una fuga lenta e sonnolenta, come se la natura avesse deciso di reclamarla una volta per tutte.

Aveva freddo. Sentiva che una brezza gelida penetrava nelle sue ossa, rendendo ogni movimento doloroso. Il vento suonava tra le fronde degli alberi un'arcana melodia, unica percezione che le ricordava di essere ancora viva. Aspasia brancolava nel buio.

Era cieca.

E non stava scappando. Stava cercando qualcosa, guidata dall'istinto, o da un ricordo senza forma. Con le mani tese davanti a sé, invocava una radura spoglia, senza cespugli, senza erba, senza vita.

Sentì una mano sfiorarle una spalla. Poi un'altra aggrapparsi al suo fianco. E un'altra ancora stretta attorno al suo piede. Erano anime celate nella selva... Oppure la sua immaginazione. In entrambi i casi, era in pericolo.

Ma quel pericolo la rendeva più affamata, più forte. Non si sarebbe fermata. Avrebbe continuato a correre.

Il terreno molle lasciò spazio ai rovi, che le ferirono i piedi come spade sottili. Capì di essere giunta a destinazione e cadde in ginocchio. Portò le mani alle gambe e si accorse del sangue caldo che fluiva da lei verso la superficie sottostante. Per pochi secondi s'illuse che quei frammenti di sé avrebbero potuto dare nuova vita a luogo di morte in cui era immersa.

Eppure non era stato quel tentativo a spingerla fino a lì.

Il vento aveva smesso di cantare ed ora il silenzio l'avvolgeva. Quel nulla assoluto la terrorizzava. Era contro natura. Ma il mondo si era capovolto da tempo, lasciandola sola e vittima del vuoto.

Cominciò a scavare. Prima lentamente, sobbalzando ad ogni spina che le si conficcava nelle dita. Poi con un più foga, una volta raggiunto il terreno secco e sterile. Un terribile bruciore l'assalì: le si erano staccate delle unghie. Stava di nuovo cedendo dei pezzi di vita a quel posto. Forse era così che doveva essere.

Passarono i minuti o le ore, e il tempo finì per ridursi ad un istante. Quello in cui Aspasia sfiorò un tessuto sottile, delicato come un sogno... Erano tele di ragno, abiti leggeri adagiati sul corpo che doveva riesumare. Per alcuni secondi, credette di aver vinto, di aver fatto ciò che c'era da svolgere: permettere che quei fili intrecciati si specchiassero nel cielo e brillassero riflettendo la luce della luna.

Ma non era Aspasia a decidere quando andarsene.

Capì subito che i ragni la stavano avvolgendo. Non poteva vederli, però li percepiva risalire la sua pelle bianca quasi fosse una scala verso le stelle. Li aveva risvegliati da un incantesimo, e adesso loro l'avrebbero punita, soffocandola, seppellendola.

All'inizio Aspasia non cercò di sfuggire a quel destino, come se fosse tutto frutto della sua mente. Fece alcuni respiri profondi, tentando di scacciare quelle sensazioni, di rinchiudersi nel bozzolo della sua mente. Ma poi sentì quelle parole, flebili come un sussurro...

-O entri o muori-.

Erano i ragni. Le davano una sola via d'uscita. Così, mentre quelle creature cercavano di farsi strada dentro di lei, Aspasia cominciò a strappare con le forze che le erano rimaste le tele che la separavano dal sottosuolo. Dopo che ebbe stracciato diversi strati, si rese conto che le sue mani erano a contatto con un liquido. Sognò dell'acqua cristallina e purificatrice... E si immerse.

Il terreno si richiuse sopra di lei.

Nuotò con gli occhi chiusi, libera dal terrore. Non era consapevole di dove stesse andando, né di quale fosse il prossimo passo da compiere. Esisteva solo l'acqua, che lavava via la paura e la terra.

-Apri gli occhi, Aracne- disse lo stesso coro di voci che le aveva parlato prima. Aspasia ubbidì, anche se quello non era il suo nome. Poteva di nuovo vedere.

Qualcosa brillava sul fondo dello stagno. Nuotò verso quel punto come spinta da una verità rivelata. Giunta lì, si rese conto che la superficie sottostante la tratteneva come se fosse vittima di uno strano magnetismo. Era adagiata su una montagna di frammenti di specchio. Pensò a come sarebbe stato doloroso dover scavare ancora una volta.

Ma non ce ne fu bisogno. Ogni cosa cominciò a tremare. Aspasia si guardò le mani pallide, ormai ricoperte di sangue scuro, che, al posto di fluire verso il basso, si disperdeva attorno a lei, trascinato dalla corrente.

Guardò dritto di fronte a lei e vide chi l'aveva chiamata negli strati più profondi dei suoi sogni. La ragazza era in una strana fase di transizione, come se una parte del suo corpo avesse accettato di essere un cadavere, mentre l'altra fosse ancora tragicamente aggrappata alla vita. Indossava una veste lacera, che copriva e scopriva punti rivestiti ancora dalla carne e dai muscoli e quelli in cui le ossa si svelavano come deserti desolati. Delle lunghe ciocche di capelli neri le ricoprivano il volto.

Era bellissima e terribile allo stesso tempo.

Aspasia era immobilizzata, dalla paura e dalla meraviglia. L'altra fece alcuni passi verso di lei e le accarezzò il viso. Nel tentativo di allontanarla, si rese conto che anche le sue mani non erano più ricoperte dai tessuti. Improvvisamente, sentì l'impulso di lasciarsi cadere sul fondale, ma la ragazza senza nome la trattenne. La strinse tra le sue braccia, mentre la vista di Aspasia si tingeva di rosso...

-Tra poco dovrai essere me- mormorò, e Aspasia notò che aveva la voce più melodiosa ed inquietante del creato.

Tentò di risponderle, ma la bocca le si riempì all'istante di sangue scuro. Stava soffocando.

E non le importava.

L'abbaiare di un cane

L'abbaiare di un cane.

Un raggio di sole attraverso la finestra.

La sveglia assordante e fastidiosa.

-Sono viva, sono sveglia, sono a casa- disse Aspasia, scuotendosi di dosso il sogno.

La tela di Aspasia Leggi questa storia gratuitamente!