Io farfalla

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In piazza,qui, a Lione c'è il più bell' orologio barocco del mondo, io posso solo ascoltarlo,  quando scandisce le ore: sono chiuso in ospedale, e, mentre lui l'orologio scandisce il tempo perduto, il mio personale orologio, quello che ho in testa. registra il tempo guadagnato; bizzarro quadrante il mio in effetti è un aneurisma, ben nascosto nel cervelletto, a volte mi sembra di sentirlo pulsare, forse luccica in quel mare di sostanza cerebrale grigia, simile al meccanismo ad orologeria di alcune bombe, le moderne spade di Damocle.
Mi stringo forte al lenzuolo, al piumino, alla trapunta e intanto immagino che la gelida Esecutrice sia accanto a me e mi spogli uno a uno dei miei gusci protettivi, uno a uno, fino al lasciarmi inerme.
Una volta, prima di essere nha così improbabile farfalla, una volta, ero una crisalide, avviluppata nella seta del bozzolo, mille e mille strati di ovattata protezione, simulacri di me stessa, replicati all'infinito.
Ne ho lasciati ovunque di questi gusci: nella piazza ventosa dove fui abbandonata dal mio primo amore: mi guardava il mio compagno di liceo, il mio collega di università é biascicava tutto mieloso, resteremo amici, saremo ottimi amici, io in fondo non ti merito...
Ed io sprofondavo, giù giù nel pozzo senza fondo dell'abbandono, come avrei fatto, con quale coraggio sarei risalita alla superficie? Come? Ma d'altra parte come aveva fatto Angelo, il vigile del fuoco, a calarsi in quell'altro pozzo, quello di Vermicino? E lui l'aveva fatto volontariamente, a testa in giù tra il fango, fango che gli scivolava attorno, che gli entrava in bocca, tutto pur di  afferrare quell'esile braccio, che gli sarebbe scivolato dalle mani, le mani intrise di fango... Quale simulacro di rimorso avrà lasciato laggiù Angelo?
Era squallida e livida, quella piazza, e un orologio di cemento era pietrificato sulle cinque della sera o del mattino , poco importa: c'erano le prime ombre della sera, quando me ne andai, ma ero più leggera mentre mi allontanavo, attorcigliato alle caviglie l'ultimo brandello di quello che ero stata, fanciulla in fiore, ragazza innamorata, trepida fidanzata: la trama dei  miei sogni, sfilacciata, ormai.
La mia infermiera laureata, fa scivolare con grazia il lenzuolo sopra di me, Dio, com' é efficiente! Com'è abile, com'é astuta e quante bugie pietose mi racconta, come se io fossi una credulona, ignorante, rozza, penosa, casalinga. Lo sono. Ma ho l'olfatto io e sento l'odore acido delle bugie; pure Emilio lo faceva: mi raccontava dei suoi disegni, dei suoi quadri, dei suoi dipinti, ma io, nascoste sotto le scarpe di ginnastica vedevo le pagine di un suo fumetto, lm unico insegno a cui si dedicasse e, la, c'erano illustrate persone folli e allucinate, che urlavano la loro dipendenza all'eroina, all'acido colorato, alla polvere dell'apocalisse e intanto io storcevo il naso per evitare il profumo stordente di quella menzogna: un'unica volta Emilio riuscì ad essere sincero: olezzava di colonia poco costosa, era freddo, gelido, già rigido di morte, ed io al suo capezzale, lasciai il mio dolente simulacro: quello di compagno di giochi, di cugina prediletta, lasciai i peluche regalati e quelli ricevuti, le torte di compleanno, le candeline su cui soffiare, aspetta, Emilio, prima di soffiare, esprimi un desiderio fra trent'anni mi dirai se si é realizzato.
La mia allieva infermiera, si avvicina tutta sudata, povera cara le hanno indicato una cavia e lei, viene aettermi il catetere, sotto gli occhi di basilisco del suo capo, spero che non mi faccia male, l'altra infermiera intanto,mi ripete le solite fole: si tratta di banali cisti, basterà un piccolo intervento insomma sarà una sciocchezza: ma quanto mi crede scema costei?
Oggi, il 2 agosto del 2010 mi porteranno in sala operatoria e se l'aneurisma non sarà troppo brutto, forse uscirò viva dalla sala, e solo dopo forse avrò una piccola speranza di salvezza,oggi come trent anni fa solo in capriccio del fato, un ghiribizzo della fortuna, solo loro fanno la differenza, intanto io raccolgo il mio coraggio, tutto il coraggio possibile, pure altri lo hanno fatto e hn quali condizioni! Come si chiamava quel poliziotto? Zizza? Si quello della scorta di Aldo Moro: era circondato da più duecento brigatisti, due colonne di uomini e mezzi, accrivellare la povera Alfa, ma lui, non resto nell'abitacolo, uscì, armato, morì, ma con le armi in pugno. La nel punto in cui è caduto aleggia ancora la sua sagoma di rannicchiato coraggio.
Le due infermiere cominciano a spingere la barella, che gentili, ma mai quanto quelle della neonatologia delle vere orchesse al contrario, chine sui bimbi, ore e ore a nutrire quei miei due gemelli, un chilo per ciascuno, più occhi che altro, li portai a casa dopo quaranta giorni di sondino rannicchiato nelle sacche e poi tiepidi nel lettone, con loro, ho lasciato il più bello dei miei simulAcri, quei tenero e appagato olezzAnte di latte e borotalco, tra guance rosa e morbidi riccioli da baciare: é rimasto  la, sulla collina ridente nell'unica casa che sentii mia.
Le infermiere, mi cedono a un  folto gruppo di portantini, mi salutano entro in un'anticamera: ci sono una serie di monitor, tanti tecnici e numerosissimi infermieri, l'orologio a parete, in metallo zincato, scivola con moto continuo sulle astine dei secondi, da una porta laterale fanno il loro ingresso i medici, nei loro completi verdi.
Pure allora gli infermieri e i medici,sciamavano nella stazione distrutta,io, che a Bologna ci andavo quella mattina con i miei genitori,finalmente in ferie ,io che portavo un mazzo di fresie per la nonna, a salvarmi fu la portiera di una macchina, un rottame bruciacchiato che mi finì addosso, da li sotto potevo vedere solo una pertica carbonizzata, con in cima l'orologio della stazione, bloccato sulle 10:30, io,  salvAta da una lamiera che mi riparo dalle fiamme dell'esplosione, ma prima mi schiaccio il torace, io, ero coperta di sangue e di sudore e quando mi portarono via lasciai li la mia jnfanzia, il mio antico simulacro, quello della bimba in braccio alla mamma, quello della ragazzina abbracciata al suo papà.
Da sotto la portiera avevo visto, in allucinata sequenza tutta una serie di arti divelti dai corpi: c'erano piedi ustionati , una mano diafana e paffuta, completa di anello di zaffiri e diamanti e, sparse qua e la, le jnteriora, lunghi metri di intestini, ma soprattutto, c'era  silenzio un silenzio lunghissimo, fatto di stupore e di indignata impotenza, poi i primi feriti, cominciarono ad alzarsi: c'era il cameriere che al mattino ci aveva portato la colazione, aveva una gamba amputata, fino all'inguine, l'avrei incontrato anni dopo, ormai schiavo della morfina, mi diceva: "la, a Bologna ho perso qualcosa di importante, un tessuto particolare forse un guscio, una cosa che mi teneva forte, deciso, coraggioso, e quel qualcosa non c'è l'ho più".
Pure la parrucchiera di piazza Grande fu investita dall'esplosione, fu lei la prima a piangere, un lungo Ah ah, mentre un globo oculare le pendeva sulla guancia, lei , che aveva curato le chiome di tutti, ora, aveva uno squarcio in testa, e i suoi capelli scalpati, le penzolavano sulla spalla; la stazione si animo all'improvviso, risuono di urla e guaiti e miagolii e stridori vari, perché erano tutti coinvolti e colpiti, uomini e bestie raggiunti dall'ingiusto furore; i soccorritori lavoravano senza soste, ed erano carabinieri, poliziotti, finanzieri e medici e infermieri vAri in un caos immane, ed io aspettavo sotto la portiera, ed ero coperta dal mio sangue, un sudario ormai indurito, faticarono moto in ospedale a mondarmi da quella corazza, dopo,mi sentii più piccola ,,indurita sono una salamandra mi dicevo , sono sopravvissuta alle fiamme.
I simulacri dicevo,impalpabili, perduti quanti erano? Quanti ne sono rimasti? La parrucchiera con l'occhio di vetro lavora alla Caritas, port ai pasti ai diseredati e hn tanto si stringe come freddolosa al suo eterno scialle azzurro: è il mio mantello fatato ,ripete,l'ultimo lembo del mio coraggio.
La sala operatoria é vicina, vedo i battenti: è tutto bianco, lucente di acciai e di vetri detersi, così, é l'anticamera dell'Ade ma io, sorretta da onesto coraggio, mi sollevo suo gomiti per poter guardare negli occhi la bieca strega, la megera armata di falce, non avrà il mio terrore, ioo nego di cuore, l'ultimo simulacro, mi farà da sudario, non mi presenterò ignuda davanti al mio Creatore

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