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Un piatto di zuppa di Sushma Joshi

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Un piatto di zuppa

Sushma Joshi 

Il nano che mi serve il piatto di zuppa così bollente da infuocarmi le guance e riscaldarmi il cuore, è basso e tarchiato, con un ampio sorriso benevolo. La tovaglia è di cotone, a quadretti rossi e gialli. Il tavolo è coperto di oggetti di vetro, sembra la bottega di un farmacista. Il giallo dell’olio d’oliva e il rosso dell’aceto brillano lucenti dentro eleganti bottiglie. Bicchieri da vino di differenti fogge e misure stanno l’uno accanto all’altro. Tovaglioli color giallo sole giacciono arrotolati tra le pieghe dei loro contenitori in legno. “Roma! Roma!” Il cameriere si mostra impaziente mentre cerco di scoprire di più sulle origini di quest’allettante zuppa. “Genova? Sardegna?” Dal brodo spesso sale del vapore.

 “Chi è il cuoco?” chiedo come se potessi dedurre la ricetta esatta conoscendo l’identità di chi in cucina ha mescolato insieme gli ingredienti. “Mio paaadre! Mia maaadre!” risponde impaziente. Se ne va, quasi disgustato da questa domanda. Come può questa giovane straniera non apprezzare una buona zuppa romana in una trattoria del posto quando ne ha davanti una?

 La sua irritazione è immediata. La gente a Roma, a quanto pare, perde facilmente la pazienza. Non ha la grande tolleranza nei confronti degli stranieri che uno si aspetterebbe invece in un posto così turistico. È comprensibile quando vivi in una delle città più gloriose del mondo e i barbari che la invadono ogni giorno ti stizziscono con la loro mancanza di antica raffinatezza e la loro goffaggine.

 Questo posto con i suoi colori coordinati, sembra un po’ il film Delicatessen. È ampio e rettangolare, pieno di tavoli squisitamente apparecchiati, tutti vuoti tranne uno con dei commensali gioviali. L’anziano signore seduto in fondo, che credo sia il padre, si guarda intorno con occhi tristi e appesantiti dalle rughe. Mi guarda tenendo in mano un coltello enorme. Sono sola, una viaggiatrice solitaria che consuma un pasto solitario in un ristorante che dovrebbe risuonare dell’allegro chiacchiericcio delle famiglie. La madre sembra la donna del ritratto American Gothic, solo più magra e misera.

 Mi sbrigo a mangiare la zuppa calda, assaporando il brodo e cercando di finirla mentre vedo che il gruppo seduto tre tavoli vicino al mio sta pagando il conto. Quel gruppo di persone, piacevolmente normali, chiacchiera e ride con il proprietario mentre si preparano ad andarsene. Mangio la zuppa calda a cucchiaiate, spruzzo un po’ di olio di oliva sul pane e me lo infilo in bocca, cercando di non masticare sulle capsule nuove che mi fanno ancora male.

 L’ampio ristorante con le tende rosse è sinistramente vuoto. Non voglio farmi trovare da sola qui al Delicatessen da Mama e Papa e dal loro figlio nano. Gli stranieri dalla pelle scura sono fonte di particolare disprezzo. Ho visto gli ambulanti del Bangladesh che vendevano ombrelli nella gelida pioggia fuori stagione di dicembre. Sembrava che fossero gli Arabi di Roma, il capro espiatorio delle difficoltà economiche e sociali.

 L’Italia stava affondando sotto una massa d’imitazioni di oggetti di design, tutti «made in China». Il dragone cinese stava mangiando viva l’Italia e l’unico modo in cui gli italiani potevano rifarsi era trattare brutalmente tutti gli stranieri in cui s’imbattevano. Vale a dire i bengalesi, che cercavano di vendere mazzi di rose rosse alle coppie che cenavano nei ristoranti e venivano scacciati come se fossero affetti da qualche malattia mentale. O io stessa. Mentre cercavo di comprare una collanina di finte perle e giada al mercato, mi sono soffermata per scherzo ad annusare il laccino di cuoio per determinarne l’esatta provenienza. Mi sono resa conto che si trattava di cuoio grezzo non trattato. Puzzava di rancido. Mi chiesi se potessi metterla nel mio bagaglio a mano senza essere fermata ai controlli aeroportuali. La mia espressione infastidì il venditore a tal punto che disse qualcosa di così terribile che l’intero gruppo di passanti fermi a guardare si allontanò in segno di protesta.

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