Il pupazzo di neve

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Il bianco della neve intorno quasi abbagliava, ma era bellissimo. Il pupazzo di neve al centro sorrideva con quella buffa carota a formare il naso. Le mani sembrano sul punto di abbracciare chi si avvicinava e tutto l'insieme di quel bellissimo pupazzo di neve era una gioia per gli occhi e per il cuore.

Come poteva una sola foto racchiudere un sentimento così profondo?

Bea carezzò con il dito quella foto come se potesse veder riapparire quel pupazzo davanti ai suoi occhi, le sarebbe piaciuto rivivere le sensazioni di quel momento per tornare di nuovo a essere serena come quel giorno.

Non aveva sentito la porta aprirsi, né i passi avanzare fino al letto dove era seduta con la foto in mano. Fu solo quando qualcuno le toccò una spalla, che Bea sollevò gli occhi a guardare.

Per un attimo dimenticò la foto e tutto ciò che comportava e il suo viso si aprì in un ampio sorriso quando la vide.

«Ciao sorellina» la salutò con un caloroso sorriso Rita per poi abbracciarla stretta.

Bea e sua sorella avevano più di dieci anni di differenza. Non era solo la sua sorellona era anche la sua confidente, la sua migliore amica e senza dubbio la persona più importante della sua vita.

Da quando si era sposata e abitava con il marito e con i figli in un'altra casa, a Bea mancava moltissimo. Certo la sentiva regolarmente, e spesso si vedevano ma non era la stessa cosa. Vivere la quotidianità con sua sorella era qualcosa che le sarebbe sempre mancata.

Andava d'accordo con suo cognato e adorava essere zia, però Rita restava sempre sua sorella e le mancava averla tutta per se.

Rita indicò con lo sguardo il comodino, dove Bea aveva messo l'apparecchio per le orecchie.

«Dobbiamo parlare».

Bea si lasciò andare a un lungo sospiro.

Era nata dopo dieci anni e i suoi genitori pensavano a un miracolo, invece lei era nata con un grave handicap: non sentiva. Aveva imparato a conviverci e si era rassegnata, ma i suoi genitori no e questa rendeva la sua vita ancora più complicata.

La presenza di Rita aveva reso per anni, tutto più sopportabile ma da quando era andata via di casa, le cose avevano cominciato a farsi pesanti. Non gliel'avrebbe mai detto, perché Rita era felice e lei non voleva causargli dei rimorsi inutili e poi contava sul buon senso dei genitori che alla fine avrebbero trovato un punto d'incontro con lei.

«Cosa c'è?» chiese Bea usando il linguaggio dei segni.

Aveva imparato abbastanza presto a usarlo e tutti in casa si erano adeguati, Bea sapeva che era stata Rita a impuntarsi perché voleva che lei non si sentisse mai emarginata e adesso le era grata per questo. In più aveva preteso che imparasse a usare anche le parole per frequentare una scuola ed essere come tutti gli altri. I suoi genitori avevano approvato l'idea, anche se preoccupati, temevano che Bea fosse presa in giro da tutti e volevano proteggerla ad ogni costo. Bea doveva solo ringraziare Rita se frequentava la scuola e poteva ritenersi una persona come tutte le altre. Certo non tutti riuscivano a convivere col suo handicap, c'erano stati episodi poco piacevoli a scuola, ma nel complesso nella sua piccola bolla di silenzio, era felice.

Rita indicò di nuovo col capo l'apparecchio sul comodino e Bea sospirò. Quando voleva sua sorella, sapeva essere davvero asfissiante. Con un gesto esperto e pratico, si sistemò l'apparecchio e poi la guardò con un'espressione seccata.

«Allora che c'è?».

Rita si sedette sul letto accanto a lei e le prese una mano.

«Devi dirmelo tu sorellina, cosa c'è che ti preoccupa?».

«Niente» rispose Bea e un attimo dopo allungò una mano a prendere la foto che era ancora al centro del letto.

Rita fu più veloce e la prese al suo posto.

«Che bello questo pupazzo, non sapevo ti piacessero ancora costruirli».

Bea non rispose e non perché non aveva capito le sue parole, era solo che era complicato spiegare quanto quella foto e quel pupazzo fossero importanti per lei. Si sentì addosso lo sguardo di Rita e seppe che sua sorella non avrebbe mollato così in fretta. La conosceva meglio di chiunque altro e anche solo sperare di tenerle nascosto qualcosa, era inutile.

«Ti va di parlarmene?» chiese con dolcezza Rita.

«Non c'è niente da dire»

«Ricordi quando da piccola ti convinsi che le bugie ti avrebbero fatto crescere il naso?» - sorrise Rita - «adesso ti sta crescendo».

Bea non resistette e rise sottovoce, poi riprese la foto e la carezzò con cura.

«Sono una stupida, ecco cos'è successo. Sono solo una stupida»

«Nessuno può dirlo, nemmeno tu» - la rimproverò Rita - «avanti, raccontami e bada che non uscirò da questa stanza se prima non mi avrai detto ogni cosa».

Bea stava per obiettare, ma Rita si tolse le scarpe e si sistemò comoda sul letto. La conosceva bene per sapere che avrebbe tenuto fede alla sua parola, non se ne sarebbe andata tanto facilmente.

«Cosa ti fa pensare che abbia qualcosa da dire?».

«Mamma e papà dicono che sei piuttosto taciturna ultimamente» - spiegò Rita - «credono che sia malata, ma io sono certa ci sia dell'altro. Quindi eccomi qui pronta ad ascoltarti, puoi dirmi tutto, lo sai».

Bea sospirò di nuovo e poi si stese accanto alla sorella. Si assomigliavano molto. Erano entrambe brune con occhi scuri, l'unica differenza era che Bea aveva sedici anni e Rita ventisei ma era chiaro fossero sorelle.

«Va bene» - cedette Bea - «se proprio ci tieni, te lo racconto ma devo partire dall'inizio».

«Bene».


Fine prima puntata


  Spero che sia stata una lettura carina da leggere e che abbia stuzzicato la vostra curiosità perchè c'è ancora tanto da dire su Bea e sul protagonista che qui non è ancora apparso.  

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