Cinque

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Io, Ivy e Shawn camminiamo per un bel po', finché il vento gelido ci ha gelato le mani e arrossito il naso. La neve continua a cadere e, poco a poco, colora l'asfalto della strada di un bianco candido. Odio dover pensare alla scuola dopo un periodo così bello: il Natale. A scuola vado bene abbastanza da accontentare i miei genitori, però non mi piace. Non mi piacciono le persone, i professori, l'edificio. Eppure, alcune materie e pochi insegnanti riesco pure a sopportarli. Soprattutto la professoressa di matematica. Lei è dolce e carina, al contrario di quella di letteratura. Provo odio profondo nei suoi confronti.

Arriviamo al porto di Boston, illuminato dai lampioni. Non è ancora ora di cena, pensavo di portare Shawn al ristorante preferito di Ivy. Si mangia proprio bene lì, è italiano. Attraversiamo un ponte, mentre Shawn continua a scattare fotografie con il telefonino. È buffo, perché ormai io conosco le strade a memoria, lui è un turista. Boston lo affascina come fa con tutti, ha imprigionato anche me nella sua bellezza. La notte, poi, s'illumina. Tutte le lampadine dei lampioni si accendono alla stessa ora e illuminano le strade buie. A quest'ora la luna è già salita in cielo, ma non è piena. Si vede poco chiaramente, perché coperta per metà dalle nuvole grigie.

«Che ne dite se mangiamo?» propone Ivy, appena arriviamo di fronte al ristorante. Sapevo che non si sarebbe tirata indietro, dopo aver camminato tanto. È passata quasi un'ora.

«Mi hai letto nel pensiero!» esclamo, sorridendo. Anche Shawn accetta, pensando prima di chiamare i suoi nonni per avvisarli. Tutta la sua famiglia è qui, spero di poter salutarli prima che tornino a Toronto. All'interno del ristorante, il cameriere, che ormai conosce le nostre facce, ci fa accomodare in un tavolino rotondo in un angolo della sala principale. Sopra di noi, un piccolo lampadario illumina il centro tavola: un vaso di fiori finti. Vicino ad esso, per rendere l'aria più romantica, è stata accesa una candelina. Le tovaglie dei tavoli sono bianche, con qualche ghirigori colorato, mentre i cuscini delle panche e delle sedie sono rossi e morbidi. Tyler, il cameriere ventenne che ci prova sempre con Ivy, si presenta con i menù tra le mani. Saluta la mia amica e me e non rivolge nemmeno uno sguardo a Shawn.

«Ragazze! Cosa vi porta da queste parti?» chiede, con la sua voce profonda e un sorriso inquietante in viso. Ivy accenna un sorriso per educazione e sfoglia il menù. Ovviamente, il suo dito punta sempre lo stesso piatto: le lasagne. Dice che sua madre non è capace di cucinarle, perciò ogni volta che ne ha voglia le ordina qui. Le trovo un po' troppo costose, perciò opto per una pizza alle verdure. Shawn segue il mio esempio, ordinando una pizza. Tyler, mantenendo il suo sguardo su Ivy, scrive gli ordini sul suo libricino e torna in cucina. Che ragazzo stressante, non la smette di parlare! Ogni argomento è valido, pur di aprire la bocca.

«Kim, non lo sopporto più.» Alza gli occhi al cielo, ridacchiando. Dopo aver preso le ordinazioni, è tornato al nostro tavolo e ha iniziato a chiacchierare con Ivy. Parlavano di shopping, turisti e scuola. Non ne conosco il motivo, non capisco che cosa potrebbe interessare a Tyler. Probabilmente, però, cercava solo una scusa per chiacchierare con Ivy. «Lascialo perdere.» borbotto, appoggiando la fronte alla mano.

Shawn ci guarda confuso, ridacchiando. Ha capito che Tyler non è un tipo molto gradito nella nostra cerchia, anzi. Penso che Ivy lo odi, se non peggio. Le ha chiesto pure l'amicizia su Facebook, ma lei non ne vuole sapere. E ancora ci prova! Che idiota...

«Allora, Shawn.» Calca la voce sul suo nome e mi da una ginocchiata sotto il tavolo. La guardo male, scuotendo la testa. Eppure, è divertente quando si comporta così. «Cosa pensi di Kim? O dovrei dire KimKim.» Lo guarda con un sorrisetto malizioso, poggiando il mento sulla mano. Shawn sposta lo sguardo su di me, poi su Ivy. Non si aspettava questa domanda, ne sono sicura. Io, invece, conosco Ivy. Lei è capace di tutto ed è senza vergogna. È sincera e pensa poco prima di dire qualcosa a qualcuno. Arrossisco terribilmente, dando una gomitata alla mia amica, che si lamenta e si massaggia il braccio.

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