Capitolo XV

8.8K 255 10

Sua madre

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.

Sua madre. Sua madre la ricordava a stento ma era sicura che l'avrebbe riconosciuta subito quando l'avrebbe vista. Una donna che un tempo aveva un bel fisico slanciato appesantitosi ormai con gli anni e con l'abuso di droghe e alcool. L'ultimo ricordo che aveva di lei era una macchia sfocata. Quella mattina non si sentiva affatto bene, ma anche con la febbre sarebbe andata a scuola, tutto pur di non restare in casa con lei o peggio con il mostro. L'aveva vista in cucina prima di andare via, il mostro le stava per fare una iniezione di eroina probabilmente.

Si era trascinata fino a scuola e dopo cinque minuti dall'inizio della lezione era caduta dalla sedia, priva di sensi, pallida e sudata. Era un fortuna che fosse accaduto a scuola e non a casa, almeno aveva ricevuto soccorso ed era venuto fuori tutto il veleno che si portava dentro.

- Sei sicura di sentirti pronta? – la voce di Nicholas era profonda e calda, l'aveva ridestata da tutti i suoi pensieri, non si voltò neanche a guardarlo, non avrebbe retto il suo sguardo.
- Sono anni che ci penso. Dopo quello che è successo alla villa mi sono resa conto che devo andare avanti. Non ho mai avuto l'occasione di dirle quanto la odiassi. E ci ho pensato nei momenti più bui, ma non ero pronta per un confronto, sapevo che mi avrebbe fatto altro male. – disse guardando fuori dal finestrino.
- So bene che il nostro rapporto ora è precario ma almeno per oggi fa finta che non sia accaduto nulla quel sabato. Concentrati su te stessa e voglio che tu sappia che puoi contare su di me. – disse addolcendo sia il tono che lo sguardo ma Danielle sembrava assente, lo sguardo fisso sulle case che scorrevano davanti ai suoi occhi e si chiese se fosse davvero una scelta saggia quella di incontrare sua madre.
- Dovrebbe essere questo. – disse lei indicando una palazzina a qualche metro più avanti da loro. Nicholas parcheggiò li vicino e si trattene dal fare commenti sul quartiere.
- Puoi andare se vuoi, chiamerò un taxi. – disse lei come un automa.
- Danielle guardami. – disse lui facendosi serio e le prese il viso fra le mani.
- Non ti lascio. Non ti lascio, hai capito? Vorrei che tu ti fermassi un attimo e ti rendessi conto delle reali condizioni in cui sei. Sembri su un altro mondo, non sei la donna che conosco. Ora non so se questo sia il tuo modo di reagire, ma ne dubito fortemente. Avrai tantissimi pensieri in testa, forse ti stai preparando un discorso o forse no, non posso saperlo perché tu non mi parli, ma lo capisco, lo rispetto, è il tuo passato, è la tua storia e non vuoi condividerla con me. Ecco perché ho fatto quelle ricerche. Tu risvegli in me un istinto di protezione che non credevo di avere, a volte sembri così piccola e indifesa che non riesco a non pensare a quelle poche parole che ti sono sfuggite circa il tuo passato... perdonami se puoi, per aver frugato nella tua vita. Ma almeno oggi lascia che io sia il tuo amico, il tuo sostegno e lasciami aspettare fuori dal palazzo. – Nicholas le stava parlando con il cuore in mano, era stato così delicato che il suo atteggiamento stonava con la sua stazza e il suo aspetto fisico, quasi non lo riconosceva in quelle parole e in quello slancio emotivo.
- Ho paura. – ammise lei guardandolo finalmente negli occhi.
- Di cosa? – chiese lui afferrandole una mano.
- Mi ha fatto così tanto male... ho paura di provare ancora dolore, mi ferirà ancora e ne sono pienamente cosciente. Ma se non lo faccio non potrò mai iniziare ad avere una vita normale. Mi sono privata per così tanto tempo del calore umano che ho finito per recitare sempre. Con gli amici e per sino con gli uomini fingevo di essere una persona comune. Mi sono privata dell'amore di un uomo e ad oggi so che comunque vada questo incontro non riuscirò mai ad avere una vita totalmente felice. –
- E allora dille tutto ciò che senti, dille cosa ti ha fatto ma soprattutto renditi conto della donna che sei oggi nonostante tutto. Guarda fin dove sei arrivata e affronta il passato. – Danielle desiderò baciarlo, desiderò rifugiarsi fra le sue braccia forti e rannicchiarsi sul suo petto, ma sorrise debolmente e uscì dall'auto.
Nicholas la seguì, si era messo accanto a lei e aveva aperto il palmo della sua mano dietro al sua schiena snella, quel contatto fisico le diede coraggio anche se non volle ammetterlo.
- Ti aspetto qui, prenditi tutto il tempo che vuoi, io non mi muovo. – disse lui fermandosi sui gradini.
- Non è paradossale che sia tu a dirmi queste cose? – disse lei ironizzando appena e lui si limitò a sorridere.
Il portone era aperto, lo spinse appena e sparì dal campo visivo dell'uomo. L'edificio odorava di umido e polvere, l'ascensore sembrava vecchio così decise di fare i quattro piani a piedi, ad ogni gradino il suo cuore aveva un balzo, era agitata e per un attimo desiderò tornare indietro di corsa, da Nicholas. Ma proseguì e i breve tempo si ritrovò dinnanzi alla porta dove il passato e il futuro si stavano per scontrare. Da quell'incontro dipendevano tante cose, la posta in gioco per lei era alta, per sua madre non avrebbe fatto molta differenza.
Ciò che la spinse a suonare il campanello di quella porta scadente furono dei rumori di un litigio proveniente dall'appartamento accanto, ci mancava solo che fosse la testimone di qualche disgrazia.
Suonò ancora e finalmente udì il rumore dei passi farsi sempre più vicini per poi fermarsi di colpo. Lei era lì, a pochi centimetri da lei.
- Non abbiamo bisogno di niente! – la sentì urlare. Il timbro era proprio il suo, solo più roco e strascicato, sperò che non fosse fatta perché voleva che fosse lucida quando le avrebbe detto tutto ciò che pensava su di lei.
- Io si invece, mamma. – avrebbe preferito che le tagliassero un braccio anziché pronunciare quella parola, "mamma", ma sapeva che era l'unico modo per convincerla ad aprire quella dannata porta.
La donna aprì la porta lentamente, la testa usciva appena dall'uscio.
- Tu... - disse fissandole il volto come per cercare di riconoscere qualche tratto familiare nel viso ormai adulto e perfettamente truccato della figlia.
- Si, io. Danielle. Ma dubito che ti ricordi ancora il mio nome. – disse con amarezza fissandole il viso a sua volta. Smunto, pallido e segnato dalle occhiaie, a quanto sembrava si drogava ancora.
- Ma guardati! Vestita come un assistente sociale... prego, accomodati. – disse con disprezzo mentre apriva maggiormente la porta e si faceva da parte per farla entrare.
Quando Danielle varcò la soglia fu investita da troppe sensazioni familiari, sua madre non era cambiata affatto. I vestiti ammucchiati sul divano, la cucina in disordine e l'odore... l'odore di sua madre che non aveva nulla a che vedere con il profumo di bucato, o della crema per il viso, o di torta o detersivo per i pavimenti. Sua madre non aveva l'odore di una mamma. Aveva l'odore della tossica. Era un tanfo che aveva sentito spesso anche anni dopo che si erano separate, era una specie di illusione olfattiva, in quel momento però era tutto reale.
Sudore, cibo andato a male e sigarette scadenti, ecco l'odore di sua madre. La scrutò per un minuto in rigoroso silenzio, vide la donna che l'aveva privata di ciò che lei stessa non era mai riuscita ad essere: Mamma.
Darleene era molto più magra di come la ricordava, sembrava essersi ristretta, i capelli biondi ossigenati presentavano striature argentee dalla base, sembrava avesse sessant'anni e non cinquantadue.  Aveva vacui occhi azzurri appesantiti alle rughe, ma l'espressione era la stessa di tanti anni fa.
- Ti sei ricordata di avere una madre? – disse sbeffeggiandola ma Danielle mantenne la calma.
- Non si può dimenticare una persona disgustosa come te. A tal proposito sono venuta qui solo per dirti tutte le cose che mi sono tenuta dentro per tutti questi anni. – disse lei guardandola con odio.
- E come speri possa migliorarti la vita? Guardati, hai tutto, bellezza, soldi e un pollo da spennare. A proposito, carina la macchina. – disse indicando la finestra che si affacciava sulla strada con un cenno della testa.
- Per tanti anni mi sono chiesta perché agivi in quel modo. Avevo dato la colpa alla droga, all'alcool, alle condizioni economiche in cui ci facevi vivere... ma poi mi sono resa conto che tutti questi fattori sono solo un contorno. Tu sei così. Sei una persona cattiva, senza spessore ed egoista. Non ti è mai importato di me. – Darleene non si scompose, si avviò in cucina e si accomodò al tavolo come se stesse invitando un'amica a fare due chiacchiere. Danielle la imitò provando ribrezzo nel toccare le sue cose.
- Fu tua nonna a costringermi a non abortire. Tu e quella pazza mi avete rovinato la vita. Mi sono ritrovata a crescere te che dovevi essere solo un ammasso di cellule gettato in un bidone prima del terzo mese. Avrei dovuto farlo e forse anche io adesso avrei tutto quello che hai tu. – Danielle restò pietrificata dalla cattiveria della donna che l'aveva portata in grembo per nove mesi, vederla rilassata e parlare del fatto che lei non sarebbe mai dovuta nascere come se stesse parlando di una cosa banale la scosse nel profondo.
- A quale prezzo sono diventata quella che tu definisci "una che ha tutto"? Lo vuoi sapere? Mi sono pagata gli studi con i soldi della causa contro quel medico senza abilitazione dal quale mi portasti. Mi sono pagata tutto facendo i doppi turni come cameriera per saldare i debiti dell'università. E tutto quello che volevo non erano i soldi ma una madre. – disse indurendo lo sguardo ma Darleene sembrò immune, anzi la vide sorridere scoprendo le gengive rosse e irritate che mettevano maggiormente i mostra i denti ormai ingialliti dal fumo.
- Avresti dovuto ringraziarmi. Facendoti abortire ti ho risparmiato una bella seccatura! – esclamò afferrando una sigaretta dal pacchetto che giaceva accanto alla sua mano. In un momento di lucidità Danielle osservò la sua mano, la stessa che più volte si era abbattuta sul suo viso e sul suo corpo, notò era ricoperta da un rush cutaneo, l'eczema sembrava estendersi fin sopra il braccio. D'un tratto capì. Sua madre aveva i mesi o gli anni contati.
- Una seccatura come me? – disse lei osservandola meglio e notò che faceva una smorfia strana, quasi sofferente ogni volta che deglutiva. Mughetto. Ormai era chiaro da cosa fosse affetta.
- Si. – disse lei scrollando le spalle, era sconcertante quanto fosse convinta di ciò che diceva.
- E cosa mi dici di Butch? – disse lei inquisitoria e la vide saltare impercettibilmente sulla sedia.
- Direi che hai fatto un bel salto di qualità, Danielle. Da Butch all'uomo elegante che ti ha portata qui. – disse per ferirla maggiormente.
- L'uomo che mi ha stuprata... e tu non hai mosso un dito. "Lurida troia" mi chiamasti. – disse acidamente.
- E infatti ricevesti la tua punizione. – fece un altro tiro alla sigaretta. Danielle provò disgusto, la nausea era così forte da farle sentire un rigurgito alla bocca dello stomaco.
- Per colpa tua sono finita in galera! – disse con ira puntandole il dito contro.
- Vorrei che tu fossi normale solo per il tempo necessario a renderti conto di tutte le tue azioni. Vorrei davvero che ti rendessi conto del tipo di persona che sei. Non posso sperare in tanto, resterai sempre la donna disturbata che mi ha messo al mondo, che mi ha lasciata morire di fame, che ha permesso al suo compagno di violentarmi e che quando sono rimasta incinta di quel mostro, mi ha fatto abortire, precludendomi la possibilità di diventare genitore. Questo è quello che sei, ma tu non lo saprai mai. Ero venuta per dirti che ti odio, che non potrò mai perdonarti e che mi disgusti. Vorrei davvero augurarti di morire tra atroci sofferenze ma a quanto vedo ci hai già pensato da sola con l'AIDS. – si alzò lentamente sotto lo sguardo colmo di risentimento della donna e si avviò alla porta.

Vizio Di FormaLeggi questa storia gratuitamente!