Tre

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Al mio compleanno, per i dieci anni, mamma e papà portarono me e Shawn in un fast food. Non sapevo che cosa fosse, perché non ci ero mai andata. Fino a quel giorno, almeno.

Alzai la testa e vidi la scritta del ristorante: Mc Donald's. Era un edificio imponente e luminoso, che si distingueva dagli altri per la luce gialla e rossa. Entrammo nel fast food, guardandoci attorno. Nemmeno Shawn era mai stato lì dentro, la coda alla cassa era interminabile e noi eravamo gli ultimi. Perfetto.

Dopo una buona mezz'ora, il tavolo che occupammo era nell'angolo, vicino al bagno. Mi lavai le mani e mi sedetti, prendendo il mio Happy Meal dal vassoio. Lo aprii, estraendo per prima cosa la sorpresa. Era un piccolo peluche, un cavallo. Lo chiamai Zeus,: la fantasia.

Shawn, invece, trovò una macchinina rossa e gialla, nel suo Happy Meal per maschi.

Aveva portato la sua polaroid e scattava foto a caso al locale, ai miei genitori e a me. Sorridevo sempre. In alcune, stavo masticando il mio toast con il prosciutto e il formaggio, delizioso, in altre sgranocchiavo le patatine fritte o bevevo la mia Coca-Cola dalla cannuccia. Ne feci anch'io alcune. A Shawn, in particolare.

«Spero che tu ti sia divertita.» disse Shawn, prendendo la mia mano. Ci tenevamo sempre per mano, a scuola a volte ci prendevano in giro, dicevano che eravamo fidanzati. Ma noi stavamo insieme perché eravamo migliori amici e lo saremo sempre stati.

Almeno finchè i miei non decisero di trasferirsi a Boston. Quello, sì, fu un problema.

Io non volevo andarmene, avrei piantato i piedi a terra e mi sarei lamentata tutte le ore di tutti i giorni, se solo non fossi stata colta di sorpresa. Quando la scuola finì, i miei genitori mi aspettavano fuori dall'edificio con le valige pronte in macchina e un sorriso finto in volto. Non rivedrò più Shawn, pensai subito.

Non m'importava di dove sarei andata a scuola, non m'importava di che cosa avrei fatto lì, non m'importava della bellezza della città di Boston. Volevo bene a Shawn e non intendevo abbandonarlo così.

«Shawn.»

«Non può essere.» Con un passo, coprii la distanza che ci separava e lo abbracciai. Tutti i momenti passati insieme, le bugie dette per mascherare qualche guaio, le poesie, le partite a Monopoly. Sarebbe tutto finito e Shawn non avrebbe più fatto parte della mia vita. Ma che dico, lui è la mia metà. È tutto per me. Il mio migliore amico, il mio eroe, il fratello che non ho mai avuto.

«Non voglio andarmene.» Le lacrime iniziarono a scendere incontrollabili, bagnandomi le guance e la maglietta di Shawn. Era l'ultimo giorno di scuola. Doveva essere quel tipo di giorno in cui si gioca dalla mattina alla sera, non si fa nulla, si festeggia il bell'anno passato. E invece no, siamo qui in lacrime.

Che schifo la vita. E detto da una bambina di dodici anni, è davvero triste.

«Tranquilla, KimKim. Ci rivedremo, te lo prometto. Non ti lascio così.» Mi strinse forte a sé, mi baciò la fronte e poggiò lo zaino a terra. Aprì la cerniera ed estrasse una polaroid. Sapevo che amava le foto a causa di sua mamma, che era una fotografa. Non pensavo che gli lasciasse portare a scuola qualcosa di così prezioso. Aveva solo dodici anni. «Posso scattarti una foto?» mi chiese, sorridendo. Tra le lacrime, annuii.

«Perché?» chiesi tra un singhiozzo e l'altro. Non riuscivo proprio a smettere, era più forte di me.

«Voglio una tua foto, così non mi dimenticherò mai di te. Poi, tu ne scatterai una a me, così non ti dimenticherai di me.» sussurrò, scattando una foto, poi un'altra e un'altra ancora. Sorridevo inizialmente, poi divenni sempre più triste. Accennò un sorriso e mi porse la polaroid. Le mani continuarono a tremare, eppure impugnai la macchina e scattai la foto Shawn mentre sorrideva. Mi vennero le lacrime agli occhi. Presi la fotografia e la avvicinai al cuore. «Non potrei mai dimenticarmi di te.» Questa volta, le lacrime gli rigarono il volto, rendendo lo Shawn che conoscevo, una persona triste. Proprio come me.

«Non voglio lasciarti.»

«Smettila di piangere, ci rivedremo. Non possiamo rimanere separati così a lungo.» Ci abbracciammo di nuovo e, impugnando la fotografia, raggiunsi i miei genitori alla macchina. Salutai Shawn un ultima volta con la mano e urlai: «Ti voglio bene!»

«Anch'io, KimKim.» Quella fu l'ultima volta in cui sentii pronunciare quel soprannome.

Nel nostro appartamento a Boston ero sempre sola. Non sapevo mai cosa fare, i giocattoli erano inutili senza una persona con cui condividerli, Toy Story mi rendeva triste, ma un giorno ebbi un'idea.

Avrei scritto una lettera a Shawn.

Caro Shawn,

forse non mi vorrai più bene dopo quello che ho fatto, ma devi sapere che la colpa non è mia. Sono stati i miei genitori a decidere di trasferirsi, per lavoro. Io non sapevo nulla.

Io ti voglio bene, te lo giuro, e non volevo lasciarti. Tu sei il mio migliore amico.

Mi piaceva tanto stare con te, giocare a Monopoly, disegnare, contare le farfalle al 'Parco delle Farfalle' e catturarle. Sai, mi piaceva anche andare a scuola, perché sapevo che ci saresti stato anche tu.

Non c'è Kim senza Shawn, lo dicevano tutti, ricordi?

L'ultimo giorno di scuola sono stata male durante tutto il viaggio verso Boston, odio questa città. Invece, vorrei tanto tornare a Toronto, con te. Voglio guardare Toy Story e mangiare caramelle di nascosto.

Mi manchi Shawn e la scuola qui è appena iniziata. È orribile, ho conosciuto solo una bambina, Ivy.

Lei è simpatica, ma non posso colmare il vuoto che sento dentro di me (ho letto questa frase in un libro).

Tu sei dentro il mio cuore, ormai. Ci conosciamo da quattro anni, ma sembra passata una vita (sempre lo stesso libro). Io ti manco?

Ti prego, rispondimi.

KimKim xx

Non impiegò molto a scrivermi a sua volta, ma la sua lettera non era lunga tanto quanto la mia.

Cara KimKim,

mi manchi tantissimissimo. Non è bello stare a casa da solo, anche se c'è mia sorella Aaliyah con me. Ma non è la stessa cosa! Continua a parlare e non la smette. Come sempre, ti ricordi di lei?

Tu eri sempre con me e non riuscivamo a dividerci, ma ora non ci sei più e Shawn senza Kim non è Shawn. Voglio giocare a Monopoly, ma con papà o mamma non è lo stesso. Noi ridevamo come pazzi e non finivamo mai il gioco. Io ti voglio tanto bene, Kim, e ti prometto che ci rivedremo.

Te lo prometto,

Shawn.

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