In memoria di Dragan

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Il calore della pietra contro la schiena. La brezza a ristorarti dal sole di luglio. Un allegro vociare ti culla. Domenica di mare alla foce del Piave.

Basta poco per apprezzare la vita, quando si conoscono solo gioie semplici. Alle spalle tanta sofferenza, cicatrici che una guerra antica ha lasciato sull'anima. Con gli occhi socchiusi sogni i tuoi figli lontani, che giocano nell'acqua bassa. Nostalgia sottile che graffia il presente.

D'un tratto le risate diventano grida. Il tuo sguardo incrocia altri occhi allarmati. Un giovane dalla pelle ambrata indica il mare e scopri che non sono i tuoi bambini a piangere, ma quelli di un paese straniero, diventato il tuo per necessità.

Intorno bagnanti distratti, che non fiutano il panico e le insidie della corrente.

La bambina è trascinata al largo, chiede aiuto. Nessuno accorre. Tu non sai nuotare, ma non esiti a tuffarti.

La raggiungi, ma ora la corrente ghermisce entrambi. Stringi la piccola, per non fartela strappare via. E lotti per tornare agli scogli, contro la sabbia che sprofonda sotto i piedi, contro le onde che ti sferzano il viso, contro il mare che vi avvinghia. Solo pochi metri, ma infiniti.

Poi una tregua. Con le ultime forze affidi la bimba ad Hassan che, stremato, la issa al sicuro. Anche il fratellino è in salvo. In tre l'hanno riportato a riva. Ma l'attimo è passato e un'onda ti risucchia nell'acqua, che ribolle torbida. Nessuno ti soccorre. E l'Adriatico ti inghiotte, senza il conforto di un grazie.

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