Prologo

18.6K 439 35

Prologo

Danielle Lanford strinse la presa sulla sua penna stilografica con maggior forza mentre scriveva l'ultima frase riguardante la sua piccola paziente. La piccola Sara aveva di nuovo sfogato il suo senso di colpa sul cibo, ingozzandosi fino a star male e lei si era sentita impotente. Il suo analista le avrebbe detto cose che già sapeva, ovvero che la terapia con la ragazzina era iniziata solo da sei mesi ed era impensabile che potesse guarire in così breve tempo.

Lasciò cadere la penna sulla pregiata scrivania e si rilasso contrò lo schienale della comoda poltrona in eco pelle, socchiuse un attimo gli occhi, assaporò il silenzio e la solitudine. Aveva ancora cinque minuti prima che il prossimo paziente le occupasse l'ora che stava per iniziare. Era meglio dire il nuovo paziente. Nicholas Wulfugar. A volte trovava stupido che una persona riponesse tante aspettative di guarigione in una sola ora a settimana di terapia, come si potevano risolvere gli intrecci della mente in così poco tempo? Era controproducente e irrazionale pensarla così, lei era una psicologa stimata e si gettava a capofitto nel suo lavoro, scioglieva a debita distanza la complessa tela di problemi degli altri, sopperendo i suoi. Diceva sempre ai suoi pazienti che il modo migliore per risolvere i propri problemi era accettare la parte di sé stessi che più creava disagio e di piegarla verso una nuova dimensione, più comoda, più consapevole e malleabile, trasformando il difetto in un pregio.

Tutto ciò che lei non riusciva a fare con il suo passato che aveva finito per modificare il suo presente e il suo futuro. Lei era la prima a non accettare un lato di sé stessa, uno che differiva totalmente dalla donna sicura, ferma e razionale che era con gli altri e con quasi tutti gli aspetti della sua vita.

Il telefono squillò, alzò la cornetta e la portò vicino all'orecchio facendo oscillare i morbidi capelli biondi.

- Dottoressa, il Signor Wulfugar è in sala. – la voce fredda della sua segretaria la riportò nel suo studio, lontana dalla sua vita.

- Lo faccia entrare. – disse senza scomporsi, posò la cornetta e si alzò in piedi. Lisciò la larga camicia dal taglio maschile, bianchissima e stirata alla perfezione persino sui risvolti delle maniche, si sistemò gli attillati pantaloni neri e si diresse verso la porta facendo battere sul pavimento di marmo i tacchi degli stivaletti neri alti fino alla caviglia.

Non era solita immaginarsi i suoi pazienti, non fisicamente almeno, ma soleva fantasticare sui motivi per cui erano giunti alla conclusione che dovevano andare in terapia. Un bussare deciso interruppe i suoi pensieri e lei aprì la porta con decisione.

Dovette alzare la testa per scrutare la figura imponente che si stagliava sulla soglia della sua porta e quando i loro sguardi si incrociarono, Danielle restò per un attimo senza parole, ma lei era brava a mantenere il controllo ed eventualmente a recuperarlo, quindi sbatté appena le palpebre e salutò il suo nuovo paziente con una calma glaciale.

- Buona sera Signor Wulfugar. Prego. – disse sorridendo cordialmente facendosi da parte per farlo passare.

- Buona sera dottoressa. Non prima di lei. – disse aprendo una sua mano ad indicare l'interno della stanza in un gesto da perfetto gentiluomo che Danielle non poté fare a meno di apprezzare mentre lo assecondava.

Nicholas le strinse la mano in una stretta che la donna giudicò perfetta, decisa, calda e avvolgente, proprio come la sua mano che sembrò far scomparire per un attimo la sua mentre i bracciali rigidi in oro giallo tintinnarono fra loro.

- La prego si accomodi come più desidera. – disse e mentre l'uomo si sedeva sulla sedia di fronte alla scrivania si concesse di guardarlo più a lungo. Nicholas Wulfugar ricordava un freddo e moderno aristocratico inglese. Indossava un completo grigio scuro dalle rifiniture accurate, sotto la giacca indossava una camicia candida e stirata alla perfezione proprio come la sua, che sulla sua figura alta e imponente aveva il potere di fasciarlo e mettere in evidenza un fisico tonico e per nulla scalfito dagli anni. Le scarpe invece erano eleganti e pulite, tipiche di un uomo d'affari. Ma ciò che aveva colpito maggiormente Danielle, era stato il suo sguardo. Due occhi marroni che non lasciavano scampo, duri e allo stesso tempo penetranti, contornati da ciglia scurissime proprio come i capelli dal taglio curato, vagamente mossi che ricadevano ordinati da un lato della testa. La barba era lunga fin sotto il mento, curatissima così come i baffi, unica traditrice dell'età a causa di qualche filo bianco che ne arricchivano il fascino, esattamente come le sottilissime rughe agli angoli degli occhi.

Vizio Di FormaLeggi questa storia gratuitamente!