9 ottobre 2015

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Remo Polimanti appoggiò la cornetta di fianco al telefono e si alzò abbottonandosi la giacca. Stava pensando a un articolo che aveva appena letto sugli sgravi fiscali che si potevano richiedere per la ritinteggiatura della prima casa. Era un po' che ci pensava, la sua villetta a schiera era d'angolo, esposta a nord e all'ombra di due pini secolari. L'angolo del soggiorno aveva fatto la muffa già il primo inverno che ci si erano trasferiti e sopra il battiscopa si erano formate delle specie di bolle. Un collega gli aveva parlato di un prodotto nuovo impermeabilizzante che però veniva venduto solo da una società di Napoli e che costava un botto. Il guaio per lui non era il soggiorno ma la stanzetta di Greta subito sopra. Avevano preso un deumidificatore ma con l'aria secca lei tossiva tutta la notte. Se non lo accendevano però si formava la muffa e a toccarlo il materasso sembrava sempre umido. Lui e Nora avevano pensato più di una volta di scambiare le stanze e mettere Greta nella loro ma poi sarebbe stato un casino adattare la stanza troppo grande alla bambina, a meno di non mettere a dormire con lei anche il fratellino insonne. E da qui la deriva era un attimo. Ci pensava, ripercorreva a ritroso la discussione del giorno prima mentre guidava la macchina per i sette minuti che lo separavano dall'asilo. Era sempre uno dei primi dieci genitori a entrare per il ritiro dei bambini. Quando non trovava subito parcheggio a volte arrivava a cancello già aperto, e allora accelerava, superava in corsa le nonne, rinunciava alla lettura del registro per sapere se Greta aveva mangiato, dormito, quanto e come. Lui doveva essere uno dei primi dieci. La cosa buffa era che Greta non ci badava affatto, ogni volta si affacciava sull'aula sperando intimamente di trovarla protesa verso la porta, almeno con lo sguardo, ma niente, era sempre intenta a impilare mattoncini o a incastrare quegli affari pieni di punte. Poi lo vedeva e gli correva incontro chiamandolo, ma non lo aspettava. Forse era un bene, forse era così sicura che sarebbe venuto da non pensarci affatto. Parcheggiò con calma, aveva guadagnato un minuto buono. Si mise accanto al cancello con gli habitué, parlando di niente, del tempo che stava girando, cose così. Poi aprirono e cavallerescamente lasciò entrare prima due mamme e una nonna, tanto almeno su una di loro avrebbe guadagnato terreno, si fermavano sempre agli armadietti a preparare i giubbini. Aspettò che la prima mamma entrasse per il ritiro del figlio -Simone, quello biondo che non sorrideva mai- e poi venne il suo turno. La maestra Laura lo guardò con un sorriso incerto. E lui non lo seppe, non subito, si limitò a provare quella sensazione di vuoto, come se qualcosa venisse aspirato fuori dal suo corpo.

«Come sta Greta?»

La domanda di rito.

Perché un padre che viene a prendere una bambina assente è un'anomalia e le maestre ne vedevano ogni tanto, soprattutto lungo le separazioni dei genitori.

Per lei era imbarazzo.

Per Remo furono ipotesi rapidissime di maestre che scambiano le classi e confondono i bambini che rimangono addormentati nell'aula di riposo o si nascondono in cucina per gioco e poi cadono in posti dove nessuno li trova. Dopo furono ospedali e mogli col telefono scarico, per un po'. Poi le mani che tremano, il cellulare che non si sblocca, il PIN, cos'è il PIN? E telefonare dalla segreteria della scuola. E sentire Nora urlare. E ripetere a bassa voce le parole: «Non è mai entrata.».

*

Da subito furono solo colpe. Nora che aveva lasciato Greta poco oltre il cancello perché aveva Jacopo in macchina da portare al nido entro mezz'ora. Non lo faceva ogni mattina, lo aveva spiegato alla polizia, ma era già capitato, non era grave. Greta aveva cinque anni, era nei grandi, era capace di mettere le sue cose nell'armadietto, il grembiulino lo indossava già a casa. Era vero, non era rimasta a guardarla entrare, ma era nel cortile, aveva superato il cancello, era pieno di genitori e di bambini lì, e la macchina era per metà sul marciapiede, e Jacopo frignava picchiando la manina sul finestrino, e. Remo aveva fissato ogni parola che le era uscita dalla bocca e comunque fosse finita quella storia Nora lo sapeva che non sarebbero andati oltre quel giorno, mai. Non aveva importanza, pur di trovare Greta. Stranamente nessuno degli altri genitori l'aveva vista, nessun bambino aveva ricordato nulla. I sospetti sulla madre erano caduti presto perché le maestre del nido confermarono l'orario di arrivo e la lunga trattativa con Jacopo per lasciarla andare. Le telecamere del parcheggio dell'ufficio avevano fatto il resto. Lei non poteva essere stata, a meno di non aver abbandonato la bambina lungo la strada o di non averla mai fatta uscire di casa. Ma su questo la testimonianza del marito era stata netta: i bambini in macchina ce li aveva messi lui. Le prime tre ore Remo non aveva mai pensato al telefono staccato in ufficio, del resto chi poteva accorgersene? Ci lavorava da solo, telefono, computer, macchinetta del caffè. E se avessero chiamato lì? L'illuminazione gli venne all'improvviso e si alzò e si rimise a sedere perché invece potevano chiamare a casa e doveva rispondere lui. Poi gli venne in mente di attivare il trasferimento di chiamata dalla linea di lavoro, lo faceva quando aveva un'urgenza e si doveva allontanare per più di un quarto d'ora. Fu una fatica estrema spiegarlo a Nora e alle persone che erano lì presenti, non gli venivano le parole. Un poliziotto si offrì di accompagnarlo, forse temevano che sarebbe scappato o magari che non fosse in grado di guidare, faceva lo stesso. Lo accompagnò all'ufficio e gli chiese se aveva bisogno che entrasse con lui ma Remo voleva solo fare in fretta, rimettere a posto la cornetta, attivare il trasferimento di chiamata e tornare a casa ad aspettare. Entrò senza nemmeno accendere le luci e la vide. Era perfettamente in ordine, sdraiata sulla scrivania con le manine sul petto. Aveva addosso gli stessi vestiti di quella mattina, anche il grembiule e il giubbino sopra.

Nel vuoto che era diventata la sua mente Remo registrò solo un odore buono di sapone.

E poi basta, poi niente.



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