5 maggio 1982

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«Che cos'hai lì?» chiese il bambino.

«Un uccellino.» rispose l'uomo.

Remo si avvicinò allungando il collo. L'uomo era seduto al posto di guida con le gambe fuori dalla macchina, chino in avanti come se si stesse allacciando le scarpe. Aveva qualcosa tra i piedi ma non riusciva a vedere cosa. Poi schiuse le mani strette a coppa e tra i pollici spuntò un passerotto.

«E cosa ha fatto?»

«E' caduto dal nido, credo. Voglio portarlo da un veterinario ma non posso...»

«Da che?»

«Dal dottore degli animali. Ma non posso guidare e tenerlo in mano, qualcuno deve tenerlo per me.»

«Lo tengo io.»

Nessun dubbio, nessuna incertezza. Remo non aveva paura, non gli avevano mai detto di guardarsi dagli estranei. Dall'uomo nero sì, dal lupo, dal diavolo, dai vigili, ma non dagli estranei.

«Allora sali, che te lo do.»

Il bambino si infilò nella portiera aperta, scavalcò i sedili e si sedette su quello del passeggero. Si sistemò le mani aperte in grembo e l'uomo vi depositò l'uccellino.

«Tienilo piano, non stringere o gli fai male.»

«Va bene.»

«E tieni la testa bassa, così si sente protetto.»

Remo si chinò sul passerotto. Gli vedeva solo il capino spuntare tra le dita ma sentiva il calore delle piume nel palmo delle mani.

L'auto si staccò dal marciapiede.

Sul bordo di asfalto, tra una cartina schiacciata del Buondì, due mozziconi anneriti e un impavido dente di leone, restava una paperella di gomma.

*

Remo Polimanti andava sempre in giro scalzo. Le scarpe le nascondeva dentro i blocchi di cemento abbandonati all'angolo della sua via, le calze la mamma non gliele dava più, che tanto le bucava o le perdeva e poi ormai era estate. Era una bugia, maggio era iniziato da poco, ma a Teramo faceva caldo in quella primavera del 1982. Remo da solo non sapeva giocare, in casa non stava mai tranquillo, non riusciva a rimanere fermo neanche davanti ai cartoni, e allora per avere un po' di pace la mamma gli apriva la porta, che andasse. E Remo andava, sette anni di fierezza nella maglietta a righe nere e arancioni che era stata di suo fratello Vito. La madre non si era allarmata fino alle sette. Per due volte nel pomeriggio era uscita sulla porta a chiamarlo ma le ciabatte non erano arrivate oltre lo zerbino di gomma, tanto di certo era lì in giro. Quando la luce era cambiata aveva infilato le scarpe ed era uscita con il proposito di dargliene finché ne portava. Fece il giro del quartiere, due volte, e poi si mosse a raggiera verso tutte le aree verdi. A ogni bambino che incontrava chiedeva se l'avevano visto, e mai aveva avuto bisogno di specificare come fosse fatto o che vestiti indossasse, tanto Remo lo conoscevano tutti. La cosa strana era che proprio nessuno lo avesse incrociato in quella giornata. Quando il marito e il figlio maggiore erano rientrati dal lavoro l'avevano trovata che piangeva. Si erano mossi anche i vicini a cercarlo, una dozzina di persone, poi qualcuno chiamò i carabinieri, che andava fatto. Telefonarono agli ospedali e si rivolsero ai parroci delle due chiese vicine. Nel cantiere semiabusivo all'angolo della strada, due piani di un edificio che marciva in attesa che un giudice decidesse cosa farne, un ragazzino di dodici anni trovò le scarpe. Non ammise mai di sapere che Remo le metteva sempre lì, quando gli sarebbe ricapitato di passare da eroe? Dalle otto del mattino seguente un centinaio di fogli ciclostilati con la descrizione di Remo vennero appesi in giro per la città. Alle dieci fu possibile avere alcune copie della foto del bambino che finirono in stazione, alle fermate degli autobus e nei supermercati. Ma niente, nessuno chiamò. I genitori trascorsero la giornata seguente seduti sul divano, immobili, le braccia e le gambe attraversate da scariche elettriche. Un parente suggerì di contattare la trasmissione "Portobello" per chiedere di far parlare di Remo nella rubrica "Dove sei?". Sulle labbra di molti affiorò a sproposito la parola "Vermicino". Passò la seconda notte. Il fratello di Remo, Vito, di dieci anni più grande, si svegliò per aver bagnato il letto. I carabinieri scuotevano la testa. Poi la voce iniziò a rimbalzare, a rincorrersi, prima incerta poi sempre più concreta. E infine la porta di casa si aprì e il maresciallo entrò con Remo in braccio, piangente perché convinto di andare in prigione. Il padre scattò in piedi urlando, la madre non riusciva a stendere le ginocchia e restò lì ad aspettarlo con le braccia tese come una bambola. Remo era pulito, aveva abiti nuovi, le scarpe con la linguetta imbottita e un pupazzo di He-Man. Lo portarono in ospedale e venne visitato a lungo. Non trovarono niente. Secondo il racconto del bambino un signore gentile lo aveva accompagnato fino a un grande parco dove avevano liberato un uccellino per niente ferito che se n'era volato via. Poi quel signore aveva mostrato a Remo un foglio di carta sul quale la sua mamma e il suo papà avevano scritto che poteva portarlo a fare una gita. E così era stato. In quei due giorni Remo aveva mangiato, dormito e giocato come mai gli era successo prima. Il signore gli aveva raccontato storie molto belle e lo aveva portato al cinema a vedere un film con Diego Abatantuono. Gli aveva comprato vestiti nuovi e un giocattolo. Poi lo aveva riportato vicino al parco giochi del quartiere e gli aveva detto di tornare a casa. Non c'era stato altro, non era successo nulla, non lo aveva toccato e non gli aveva torto un capello. Lo psicologo che l'aveva interrogato aveva sottolineato un dettaglio: al momento di salutarlo il rapitore aveva pianto. E poi quella frase:

«Non ti preoccupare, da adesso le cose andranno meglio.»


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