Prologue: Kicking

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"Se tento il suicidio con questa gomma per cancellare, secondo te ce la faccio?".
Mia madre alza gli occhi al cielo continuando a sorseggiare il suo caffè, probabilmente abituata alle mie lamentele dovute allo studio, ed io sospiro continuando a sbattere ripetutamente la testa sul quaderno.
"Se non fossi uscita ieri sera, adesso non saresti in questo stato, Peach" mi rimprovera lievemente, come al solito, ormai rassegnata a quella che lei chiama 'ribellione adolescenziale'.
Il fatto che abbia scritto uno di quei libri-manuali per i genitori per capire gli adolescenti non la rende una teenager, cosa ne puó sapere di cosa voglia dire avere diciassette anni nel 2016?
"Era il compleanno di Regan, non potevo non andare" mi giustifico scrollando le spalle, ricordando ben poco di ieri sera a causa dell'alcol ingerito, ma ricordando perfettamente l'unica cosa che volevo dimenticare.
La mia solita fortuna.
"Dici sempre che è una snob, non capisco perchè tu sia andata".
"Volevo vedere casa sua, dicevano tutti fosse gigante... Dovevo vederla con i miei occhi" aggiungo, dicendo tuttavia una mezza verità prima di afferrare il mio quaderno di francese ed alzarmi.
"Cerca di non finire sotto una macchina nello stato in cui ti ritrovi, e prendi del succo a scuola. Va bene per i post-sbornia" si raccomanda mia madre, lanciandomi un bacio volante, ed io alzo gli occhi al cielo lanciandole, comunque, un bacio.
Uscendo alla fresca aria d'ottonre stringo il quaderno al petto, sistemandomi le cuffiette nelle orecchie ed il maglione sotto lo zaino, ignorando le occhiatacce di quell'arpia della signora Rogerton.
Il fatto che abbia tre buchi all'orecchio, usi quest'arma del diavolo chiamata eyeliner (che non so ancora applicare bene ma dettagli) e che abbia tre tatuaggi sparsi per il corpo mi rende ai suoi occhi un'adoratrice di Satana.
"Buongiorno, signora Rogerton!" La saluto, agitando una mano, ma lei, armata di scopa e paletta dal bastone lungo, si limita a squadrarmi.
"Lontana dal mio cortile, figlia del demonio".
Okay che mia madre può prendere le sembianze del diavolo di tanto in tanto, ma da questo a essere definita figlia del demonio ce ne vuole.
Cammino spedita lungo il marciapiede, concentrandomi sulla musica e sul francese, non riuscendo poi a far coesistere i due mondi e finendo per mandare a quel paese il francese.
D'altronde visto quella parente di un faraone egizio che mi ritrovo come insegnante posso benissimo copiare da qualcuno.
All'improvviso sento una folata di freddo lambire le mie orecchie, e sentendo le cuffiette sbattere contro il quaderno mi giro, alzando immediatamente gli occhi al cielo.
"Pensavo fossi rimasto a casa a vomitare".
"E perdermi l'occasione di vedere le tue occhiaie, pesca? Non potrei mai".
Il suo sorrisino strafottente alle sette e mezza di mattina è l'ultima cosa che vorrei vedere, e sono dannatamente tentata di tirargli un ceffone, ma so che migliorerebbe solo la sua faccia da cretino.
"Chiamami pesca ancora una volta e vedi" lo minaccio, girandomi poi sui tacchi e lasciandomelo dietro.
Ma Luke non demorde, e con passo leggermente ciondolante mi raggiunge, mettendosi poi davanti a me.
"Pesca, pesca, pesca. Allora, pesca?".
In meno di due secondi l'altezza incredibile di Luke si spezza, lui cade in ginocchio, una mano sui suoi gioielli di famiglia.
"Brutta stronza!".
Con un sorriso mi abbasso, guardandolo dritto negli occhi azzurri, e tirandogli poi l'orecchino nero sussurro sul suo viso: "buona fortuna ad avere un erezione nei prossimi quattro giorni".
"Sei matta!" Mi urla dietro, ancora in ginocchio sul marciapiede, mentre io mi trovo già a qualche metro di distanza, e scoppio a ridere alle sue parole prima di girarmi per un secondo.
"Preferisco il termine 'particolare', ma se ti piace di più quello, fai pure".

Never Again || Luke Hemmings Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora