Un quarto di secolo

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18/07/1991

Venticinque anni fa nascevo per la seconda volta e questa nuova venuta al mondo, forse restituzione al mondo è più appropriato, è stata credo più traumatica della prima. Anzi, lo è stata sicuramente basti il fatto che della prima non ho memoria ma della seconda ricordo ogni particolare, quasi ogni attimo.
Venticinque anni fa è cominciata questa mia seconda vita, un quarto di secolo vissuto come mai nessuno si potesse aspettare.
Il diciotto luglio del 1991 improvvisamente sono stato colto da una patologia di cui ancora oggi non si è ben capita la causa, se non per una ricostruzione a posteriori non verificabile comunque per quanto autorevole.
Invece sono stati ben evidenti gli esiti, ossia una lesione del midollo cervicale che mi ha reso immobile dal collo in giù ma che per la sua natura trasversa mi ha fatto recuperare la sensibilità.
Improvvisa, dicevo, ma anche violenta. Mi svegliai quella mattina del diciotto luglio '91 con un dolore lancinante all'altezza della scapola destra, magari poco più in alto. Un dolore terribile che ancora oggi ricordo perfettamente. In casa c'eravamo solo io e mia sorella. Eravamo nella casa in contrada Patellaro, la casa in campagna dove ogni anno passavamo i mesi estivi tra la fine e l'inizio dell'anno scolastico. La casa dove nel bene e nel male è sempre accaduto tutto. Avevo da pochi giorni terminato con successo gli esami di terza media. Eravamo soli quindi, mia madre era scesa giù in paese all'altra casa per il montaggio di una porta blindata, porta che non fu più montata e che in qualche modo ha contribuito a salvarmi la vita. Io ero col mio dolore assurdo e mia sorella ancora nella sua stanza. In quel periodo io dormivo in camera dei miei con mio padre sfrattando mia madre in camera mia. Riuscito a mettermi in contatto con mio padre, medico a cui chiedere un aiuto per quel male, con un telefono baracchino (altro che smartphone!) e spiegata la situazione, i rimedi consigliati non sortivano alcun effetto. In quegli attimi di dolore e paura il rientro prematuro di mia madre sembrò una benedizione, se sono ancora vivo è innanzitutto grazie a lei e al suo operare con lucidità, anche se ben presto quel conforto di madre sarebbe servito a poco al contrario del suo pragmatismo invece . Mi rendevo progressivamente conto di come la situazione fosse sempre più grave: non riuscire a stare in piedi o non riuscire più a muovere e sentire i miei arti mi rendeva ben chiaro il quadro drammatico che si stava sviluppando. Fino al momento in cui io stesso chiesi a mia madre di farmi la respirazione bocca a bocca perché ormai anche la respirazione era deficitaria e difficoltosa. Dopo queste mie parole il buio. Ricordo un buio fitto, nerissimo, molto più nero di quando il sonno del giusto ci avvinghia e non so neanche esattamente quanto sia durato ossia per quanto tempo avevo perso i sensi, non ho mai chiesto in verità. Solo ad un certo punto ripresi conoscenza, sentendo prima la voce di mio padre che nel frattempo era rientrato a casa dal lavoro precipitosamente, e dopo vedendo di nuovo la luce del giorno quando si sostituì a mia madre nella respirazione. Da quel momento in poi fu una corsa contro il tempo, contro il traffico, contro il poco ossigeno che entrava nei miei polmoni, una frenesia sfrenata per raggiungere la rianimazione del Policlinico dove venivo intubato e attaccato a una macchina che respirasse per me. Frenesia, dicevo, che forse da quel momento in poi non ci ha più abbandonato. Tutto ciò accadeva solo in poche ore.
Da quel giorno in avanti si navigò a vista per capire cosa mi stesse accadendo, con un viaggio in aereo per Milano, con tre mesi di ricovero all'Istituto Besta dove passai per spacciato in un primo momento, a destinato a vivere con un respiratore poi, al trasferimento per quasi tre mesi al centro di Riabilitazione di Montecatone di Imola una volta recuperata una respirazione autonoma sufficiente e la sensibilità in tutto il corpo, per poi infine dopo sei mesi tornare finalmente a casa. Un azzardo sicuramente ma volevo assolutamente rientrare...ero saturo di nostalgia e desideroso di lasciare quei luoghi.
Ed ecco che ero nato di nuovo, una di quelle nascite a rischio, che lasciano esiti drammatici e cicatrici, difficoltà da affrontare e pericoli da evitare e superare, con la sofferenza come compagna ma con una nuova vita da vivere il più a pieno possibile!

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