45. Non è ora del bagno

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Non ero mai andata a vedere una partita della mia scuola. Né di basket, né di calcio. In realtà non mi interessava parecchio; i primi anni ce l'avevo con i giocatori e le cheerleaders, il terzo non c'ero e l'ultimo... in realtà non mi andava neanche di andare lì da sola. Non ero mai stata brava negli sport e mai ero riuscita a capirli del tutto. Se provavo a farmi spiegare qualcosa, pochi giorni dopo l'avevo già rimossa dalla testa. Alex mi aveva anche proposto di andare ma sapeva che, da sola, mi sarei anche persa, visto che non avrebbero giocato la partita da noi.

"Che stai facendo?" mi chiese. Eravamo sdraiati sul suo letto, io con i piedi sul suo cuscino, lui con la testa appoggiata lì. Mi ero buttata il libro sulla faccia, perché ero stanca di continuare a studiare. La testa esplodeva e le informazioni di storia accumulate erano così tante che le confondevo. 

"Sono stanca" mormorai, posando il libro al mio fianco. "Si sono invertiti i ruoli? Da quando a te va di studiare e a me no?" 

"Da quando io sono quello che domani avrà un compito e che si è ridotto all'ultimo" rispose. 

"Quanti capitoli hai detto che ti mancano?" 

"Due. E se prenderò un'insufficienza, il coach mi ammazza, non giocherò la prossima partita e l'Australia potrò vederla solo dalla cartina che mi ha comprato mia madre."

"Perché dovrebbe servirti una cartina?"

"Nel caso mi perdessi, sai" ironizzò, facendomi ridere. "E' così protettiva. Come faccio a perdermi a Melbourne, poi, con la squadra? Le va bene il fatto che andrò lì solo perché papà ha accettato e Avery non vede l'ora che io me ne vada. Io le ho ricordato che adesso ho diciotto anni, ma lei dice che finché sono sotto questo tetto.."

"Dovrai fare ciò che dice lei" completai, perché me lo diceva anche mia madre. Ero contenta del fatto che Alex avesse accettato di andare a Melbourne; per lui era una grande opportunità anche per viaggiare, cambiare un po' aria e divertirsi. A me era piaciuto davvero tanto e sapevo sarebbe piaciuto anche a lui. Gli era sempre piaciuto viaggiare e mi aveva già detto che mi avrebbe spedito una cartolina per ognuna che non mi aveva spedito da piccoli. Comunque, ad agosto ci saremmo rivisti, avremmo provato a sentirci nonostante le ore di differenza e sapevamo entrambi che, tra un divertimento e un altro, quei mesi sarebbero passati velocemente. 

Mi girai per guardarlo. "Ti va di tornare da Wonderland questa sera o hai da fare? A parte studiare, ovviamente." 

"No, possiamo tornarci" rispose. "Prima però devo studiare. Due capitoli sono troppi, non ce la farò mai. Chi ho nella classe di storia che potrebbe essermi d'aiuto? Oh... giusto. Te." 

"Devi recuperare un compito, Alex, visto che sei stato così intelligente da fingerti malato e non venire. Pensi davvero che ti lascerà vicino a me? Non per vantarmi, ma sono davvero brava in storia. Al massimo ti farà mettere vicino Hank, o Camille" gli ricordai. Andai a sdraiarmi al suo fianco. "Guarda anche dagli appunti che ti ho dato, non studiare solo dal libro. Ti sarà più facile, davvero." 

"A me sembra solo più stancante guardare da due parti" replicò. Tirò fuori i miei appunti, quelli che aveva infilato in alcune pagine, e iniziò a leggerli. "Certo che hai una scrittura fantastica, non hai mai pensato ad un corso di calligrafia?"

Roteai gli occhi. "Accontentati. Dai, intanto sei riuscito a studiare un capitolo. Adesso inizierai quello seguente e quell'altro è facilissimo e sono meno pagine rispetto i primi due. Dico sul serio. Mi spieghi come hai fatto ad essere preso alla USM?"

"Perché sono un metro e ottanta di intelligenza" rispose. "Ho parecchi crediti e, anche se non sembra, vado bene a scuola. E ad agosto magari tornerò anche con l'accento australiano."

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