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CAPITOLO 6.1 - ANDARE AVANTI CON I SENSI DI COLPA

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Il prossimo aggiornamento sarà domani alle 21:00. Da oggi in poi ho intenzione di provare ad aggiornare questa storia tutti i giorni con dei capitoli più brevi.

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Lasciarono l'obitorio e si incamminarono verso la stanza di suo padre. Nessuno si loro disse una parola, avevano bisogno di questo silenzio. Avevano bisogno di sentire solo le loro voci che rimbalzavano nelle loro menti. Avevano bisogno di cercare la pace, ma il quel preciso istante era impossibile trovarla. Erano come in una bolla, come se il tempo si fosse fermato.

Erano ormai le sette passate e l'ospedale era quasi deserto. Il loro dolore era immenso e difficile da descrivere con le parole. Lì, nel silenzio più assoluto, avevano lo sguardo perso nel vuoto. Si sentiva solo il rumore dei loro passi e dei loro sospiri. Erano forse alle ricerca di una ragione; la vera rabbia e che non esiste una ragione a una ragione; lo devi solo accettare.

"Perché Virginia se ne era andata?". La verità era che non esisteva una risposta sensata. Con il tempo avrebbero potuto farsene una ragione. Il tempo avrebbe lavato le ferite; come il mare bagna la spiaggia.

Harry accese il computer ed entrò nel suo account Facebook, ma anche lì non c'era pace; tutti i suoi amici stavano parlando di Virginia.

"Se solo conoscessi il cognome di Crystal potrei chiederle l'amicizia per parlare con lei. In questo momento ne avrei davvero bisogno. Ma lei poteva contattare me, perché le avevo detto che ero il figlio del primario. Avrebbe potuto farlo, ma non l'ha fatto; non so perché, forse non è interessata a me". Pensò Harry.

Dopo un po' di tempo uscì da Facebook e aspettò che suo padre terminasse il turno; non se la sentiva di tornare a casa da solo. Chiamò suo fratello maggiore per chiedergli se poteva portargli la moto a casa.

Mentre suo padre Roberto stava lavorando, non poteva non pensare a lei. Anche lui era affranto dal dolore. Era traumatico persino per lui, ma a differenza di Harry, non poteva piangere sul posto di lavoro. Stava male solo a pensare al dolore che stava provando Harry; di una cosa ne era certo, gli sarebbe stato vicino.

Harry stava immobile sulla sedia, non faceva niente. Passò molto tempo a osservare il soffitto. Tentava di non piangere, tentava di essere forte. Ma lui sapeva di essere molto forte e allo stesso tempo molto debole. Lì, d'assolo, poté esplodere in un pianto straziante e liberatorio al tempo stesso; in quel momento ne aveva bisogno.

Le lacrime gli uscivano da sole, aveva gli occhi e il naso arrossati e ogni tanto singhiozzava. Consumò un intero pacchetto di fazzoletti. Appena si calmò, si alzò per prendere un te caldo. Dopo aver bevuto il tè, rientrò nella stanza e si rimise a sedere; non pianse più anche perché ormai aveva consumato tutte le sue lacrime. Si fermò a riflettere, puntando lo sguardo nel vuoto.

Suo padre aveva appena finito il suo turno di lavoro e s'incamminò fino al suo studio per portare Harry a casa. Ma quando aprì la porta, il cigolio fece fare un salto a Harry.

«Andiamocene a casa. A mangiare un bel piatto caldo vedrai che la mamma ci ha preparato qualcosa di buono». Gli disse e poi gli fece un sorriso.

Harry non lo ascoltava. E nemmeno gli rispose. Era come bloccato in un mondo a parte.

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