Capitolo 9: ritorno alla normalità

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Martina's P.O.V

Finalmente uscii da quel maledetto ospedale. Non mi piaceva per niente quel posto, c'era sempre gente dall'animo tormentato, che aspetta con una calma estenuante la propria fine. Era mattina, e dovevo tornare a scuola, poi avrei avuto lezioni di canto, e poi mi sarebbe piaciuto fare visita ai giudici al tribunale.

Ovviamente il rientro a casa non fu una passeggiata. Mia madre si ostinava a non parlarmi, e mio padre si comportava in modo strano. Non potendo ancora andare in bici, sarei dovuta essere accompagnata a scuola da mio padre, ma mentre stavo per salire nella sua macchina, l'auto blindata del dottor Borsellino con Manfredi si fece spazio vicino alla nostra

《Ciao, Martina. Ti va se ti accompagnamo noi a scuola? Così fai anche lavorare tuo padre》 ero entusiasta all'idea, ma guardai mio padre in cerca di approvazione. Approvazione che mi venne subito concessa. Salii subito sulla sua macchina.

Entrata a scuola, tutti mi guardarono. Chi era contento, chi mi venne ad abbracciare, chi ancora era invece molto irritato da questa notizia. In un modo o nell'altro tutti rimasero scioccati dal mio ritorno. Lo capivo di non stare simpatica a molti, non sono stupida. Anche se il dottor Falcone fece di tutto per non farmelo pesare, sentivo le voci che circolavano, più taglienti di un coltello.

Ero la spia, la "sbirra", il guaio. Palermo era l'unica città che invece di elevare ad eroi i servitori dello Stato, li trascinava sempre più nel fango, ne ero sicura. A me faceva male, già alle elementari venivo presa in giro per mio padre, ma ora riuscivo a sopportare di più. Avevo degli amici fidati, anche se a volte mi capitava di pensare ancora a Giusy, chissà come stava.

Le ore passarono veloci, tra chiacchierate  di nascosto con Sofia, bigliettini con Manfredi e occhiatacce da parte di Valeria Greco, figlia del potente boss Michele Greco. Fu allora che mi venne in mente che non avevo ancora scoperto il nome del figlio di...buona donna che mi aveva tagliato i freni....doveva esser stato un maschio, ci vuole troppa forza per manomettere la mia Mountain Bike proveniente dall'America.

Mi guardai attorno, ma decisi di non sprecare tempo a pensare e di chiederlo dopo al dottor Falcone. Uscita da scuola, stavo per tornare a casa con Manfredi, quando qualcuno mi toccò la spalla. Mi girai e trovai Valentina insieme al suo gruppetto di bulletti

《Guarda un po chi abbiamo qui, come va la gamba? Mi dispiaceva proprio TANTO che non venissi più》

《Puoi dire a tuo padre che sto benissimo e che ci vuole più di una bici manomessa per fermarmi》 decisi di provocarla, ma forse non fu una grande idea, perché il suo ragazzo, un tipo losco, si avvicinò

《Ehi, tu. Solo picchì si pappa e ciccia co' chiri curnuti di Falcone e Borsellino un si 'a migliore 'i tutti》 il dialetto non poteva mancare.

《Cornuto a chi? Ripetilo se hai il coraggio》 esordí Manfredi per difendere suo padre. A quel punto lui stava per tirargli un pugno, che si evitò fortunatamente con l'arrivo di uno degli agenti della scorta.

Andammo alle lezioni di musica, che si svolsero felicemente. Mi piaceva tanto stare li, i mafiosi non si interessano di musica e cultura, perciò li non avevo gente ostile. Cantammo Hey, Soul Sister dei Train, che io accompagnai con la chitarra. Per imparare il pianoforte la professoressa mi assegnò Bad Day di Daniel Powter. Ero eccitatissima all'idea di di imparare un nuovo strumento. Decisi che un giorno di questi sarei andata a trovare mia nonna, per mostrarle quanto ero diventata brava con la musica

Nel frattempo...

Giovanni's P.O.V

《Allora, 'ste carte del processo Spatola si trovano?》 urlò Cassarà dall'altra parte del seminterrato. Oramai l'avevamo riempito di tutti i faldoni dei processi di mafia degli ultimi cinque anni, ed aumentavano sempre più. Stavamo cercando le carte di Spatola per fare un po d'ordine, con sei uomini a gestire tutto quel mare di carte, si poteva immaginare quanto casino ci fosse in quelle stanze.

La Mafia Uccide Solo D'EstateLeggi questa storia gratuitamente!