Prologo

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Riley, cerca di ricordare, ti prego... è l'unico modo che hai per tornare a casa! Devi ricordare... ricorda chi sei, ricorda ciò che sei e, soprattutto, ricorda il campo. Ricorda l'oceano e ricorda il tridente di bronzo.


Riley aprì gli occhi di scatto, restando confusa per qualche secondo. Si massaggiò il viso, scuotendo la testa corvina e riccioluta. Guardò fuori dal finestrino, cercando di togliersi di dosso la sensazione di non essere dove avrebbe dovuto; era ancora sul treno e stava tornando a casa, si doveva solo essere appisolata. Stava tornando assieme alla sua scuola da una visita a qualche museo, stranamente faticava persino a ricordare quale e dove, ma erano ormai arrivati a Manhattan. Gli insegnanti cercavano invano di zittire i suoi compagni di classe più chiassosi, dicendo loro che erano quasi arrivati.- Ti sei addormentata?- le chiese la ragazza seduta accanto a lei.Riley annuì. Miranda Alvarez sorrise, togliendosi dalle orecchie le cuffie del lettore mp3. - Viaggio noiosetto, non ti sei persa nulla- le disse.Aggrottando la fronte, Riley ci mise qualche secondo a capire. Certo, lei era Miranda, la sua migliore amica, erano in classe assieme fin dalle scuole medie. Perché, allora, aveva faticato a ricordarlo? Come se fosse qualcosa di lontano, indistinto – di non reale. Il suo sedile venne di colpo scosso con violenza e un ragazzo dai capelli biondicci e l'aria strafottente si appoggiò sopra di esso, guardandola.- Jackson, sei sveglia!- esclamò, divertito- Ragazzi, la principessa si è svegliata!-La ragazza lo guardò quasi perplessa, mentre i compagni scoppiavano a ridere e Miranda faceva un gestaccio al ragazzo. Riley tornò a guardare davanti a sé, senza dire nulla. Il compagno le tirò una ciocca di capelli.- Ahi- protestò- ma che fai?-- Fai la superiore con me, adesso? Lasciati torturare come sempre!-Riley sentì il sangue ribollirle nelle vene e nelle orecchie percepì il suono del mare che si infrange sugli scogli. Non se ne accorse neppure, ma in meno di un secondo scattò in piedi, afferrò il polso del ragazzo e lo storse. A farle capire cosa stava succedendo fu la smorfia di dolore e sorpresa sulla faccia del compagno e l'improvviso silenzio di tutti. Spalancando gli occhi, Riley lo lasciò, tornando a sedersi.- Ma che ti è preso?- le bisbigliò Miranda, stupita- E' stato una forza, ma... potevano vederti gli insegnanti!-- Non lo so- rispose Riley, scuotendo il capo- è che ho reagito d'impulso, volevo solo spaccargli la faccia!-Miranda la guardò quasi preoccupata, poi annuì.- Beh, è Toby McMahon, che ti aspettavi? Fa sempre così-Per il resto del viaggio, Toby non la infastidì più e Riley non proferì parola. Appena scesero dal treno, gli insegnanti diedero loro il permesso di tornare a casa e Riley si fiondò sul primo bus che vide sull'altro lato della strada, salutando velocemente Miranda. Voleva tornare a casa, a tutti i costi. Il mezzo la lasciò nel cuore dell'Upper East Side, attraversò una strada e si diresse verso un delizioso appartamentino al terzo piano, con i balconi ricolmi di piante dai fiorellini azzurri e trine di luna bellissime. Mentre saliva le scale, ebbe la sensazione che quella non fosse casa propria.- Sono a casa- disse, entrando.- Bentornata tesoro, spero tu abbia fare, la cena è quasi pronta!-Riley sentì un delizioso profumo di polpettone e si massaggiò lo stomaco. Posò lo zaino nell'ingresso, dirigendosi in cucina, dove una donna dai capelli castani e raccolti cucinava. Doveva avere una sessantina d'anni, ma era ancora affascinante e in forma.- Ciao, nonna- la salutò, dandole un bacio sulla guancia- ho fame, comunque, eccome!-Sally Jackson sorrise e la osservò andare al frigorifero e prendere del succo per berlo.- Tuo nonno sarà a casa tra poco- le disse- così mangiamo insieme!-Il nonno di Riley era un insegnante di inglese ed esercitava ancora, spesso faceva tardi per restare a disposizione degli studenti. Dopo aver chiuso il frigorifero, Riley s'incantò a fissare sua nonna che mescolava il sugo nella padella, mentre il polpettone cuoceva nel forno.- Nonna...- la chiamò, facendola voltare verso di sé- dov'è papà?-Gli occhi di Sally si riempirono di tristezza. Lasciò perdere i fornelli e corse ad abbracciarla, cullandola come fosse una neonata.- Lo so che ti manca, tesoro, manca a tutti noi, ma sai benissimo dove si trova- le sussurrò.Per qualche secondo, Riley pensò che non aveva idea di dove si trovasse e nemmeno sua madre. Poi voltò la testa verso l'ingresso, dove c'erano delle fotografie e ricordò: i suoi genitori erano morti qualche anno prima.- Scusa, è da oggi pomeriggio che dico cose senza senso- ridacchiò, scostandosi dall'abbraccio- sono solo stanca. Vado a cambiarmi, mi metto comoda e arrivo-La donna annuì e la lasciò andare nella propria camera. Riley aprì la porta e una sensazione familiare l'avvolse. Era già stata lì, prima, ma quella stanza non era sua, anche se c'era un odore nostalgico. Scosse il capo, che diavolo aveva? Per forza non la sentiva sua, quella stanza era stata di suo padre, quando aveva la sua età. - Ma che succede oggi?- si domandò, sedendosi sul letto- Forse sto ancora dormendo-Guardò le fotografie sul comò, come se non riconoscesse le persone ritratte. Erano tutte sue e dei suoi genitori, alcune erano molto vecchie, perché lei era piccolissima. Era come guardare degli estranei, anzi no, era come guardare qualcosa di finto; di fittizio. Ricordando cosa diceva sempre loro la psicologa della scuola, per limitare gli attacchi di panico, chiuse gli occhi e fece mente locale, credendo di averne uno.- So benissimo chi sono- mormorò- mi chiamo Riley, ho quasi tredici anni e vivo a Manhattan. Mia madre era un architetto e mio padre...-Si fermò. Perché non ricordava che lavoro facesse suo padre? Non c'era verso di farselo venire in mente. Scosse il capo, continuando col suo esercizio.- Mio padre è... no, era, Percy Jackson- disse.Spalancò gli occhi, guardandosi allo specchio come se non si fosse mai vista prima. Scattò in piedi, andò verso le foto e iniziò a staccare tutte quelle che aveva attorno alla cornice.- Non è reale, tutto questo non è reale!- esclamò.Quando staccò l'ultima, lasciandola posarsi a terra, sentì un senso di vertigine e cadde seduta sul pavimento. Il campanello che trillava la fece riprendere e chiedersi che accidenti stesse facendo. Velocemente si cambiò, prese le fotografie e fece per metterle sulla scrivania, quando notò il pc portatile argentato vicino alla lampada. Non era il suo, lo aveva nello zaino, inoltre quello era di un colore diverso e aveva una misteriosa lettera stampata sopra: una ∆ greca.- Il computer di mamma- trasalì, non capendo come potesse essere in camera sua- ma lei non lo ha più da anni e...-Sentì il forte impulso di aprirlo e lo fece, vedendo la schermata accendersi da sola, come se non fosse mai stato spento. Dopo che una luce azzurrina si fu attenuata e la delta greca fu apparsa, una scritta prese il suo posto:


E' ora di svegliarti, Riley Jackson.


Una forte fitta alla testa la fece indietreggiare. La nonna la chiamò per la cena e Riley chiuse d'istinto il computer. Dopo essersi guardata attorno, pensò di essere davvero troppo stanca. Scese per la cena, ripromettendosi di andare a letto presto e farsi una bella dormita.

Riley Jackson e gli Dei dell'OlimpoLeggi questa storia gratuitamente!