47. L'ora della verità

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Ricordo che una volta, da piccola, ho cercato sul mio dizionario la parola straziante. Non avevo mai capito il suo significato, eppure i miei genitori la usavano spesso, sia mentre parlavano tra di loro, sia quando parlavano con noi.
Ebbene, avevo trovato: "Che manifesta o causa una grave sofferenza fisica o un tormento morale; fastidioso, sgradevole."

Ecco, mentre correvo via da casa di Travis, pensai a quello. Non fu una sofferenza fisica; il dolore fisico è nulla paragonato a quello psicologico. Fu un tormento fastidioso, sgradevole. Straziante.
Le gambe stavano diventando molli, eppure continuavo a correre, con le lacrime che continuavano ad attraversare il mio viso, salivano e ricadevano sulle labbra, producendo un sapore salato e straziante al tocco con la mia lingua. I miei piedi ormai andavano da soli; la mente era fissa su una sola cosa: andare via. Correre, finché potevo e finché ne avevo le forze.
Forse singhiozzavo, non lo ricordo. Ero troppo occupata a cercare di scappare. E se la mente mi diceva di andarmene, il cuore non mi stava dicendo nulla. Ero concentrata, focalizzata. Le mie orecchie avevano in ripetizione i gemiti che avevo sentito e neanche i clacson vicini o lontani riuscivano ad eliminarli dalla mia testa. La mia mente, il mio tormento morale, era concentrato su quella scena, che si ripeteva nella mia testa di continuo.

Ed io stavo piangendo. Dentro ero distrutta, ogni cosa era stata fatta a pezzi. Avrei voluto fermarmi e crollare, cadere una volta per tutte e aspettare la forza di rialzarmi che forse mai sarebbe arrivata.
E intanto le voci si ripetevano nella mia testa, tutti i discorsi e allora capii tutto e i fili si intrecciarono in modo da farmi uscire da quel labirinto che avevo creato nella mia testa.
Probabilmente alla gente apparivo come una pazza; una ragazza in fuga, triste e sola.
Nessuno avrebbe mai immaginato la verità, non sembrava reale neanche a me.

E, alla fine, non ce la feci più. Arrivai davanti un parchetto isolato, girava soltanto un cane che, vagabondo, era sicuramente messo migliore di me in stato emotivo, dato che aveva trovato una compagna con cui giocare. La mia mente riviveva quella scena, la paura che avevo avuto e poi il crollo una volta sbattuta la porta di casa Walker. Era successo tutto così velocemente, o ero io che ero andata con troppa convinzione, alla ricerca di qualcosa che mai avrei potuto ottenere.

Caddi sopra il marciapiede e mi appoggiai con la schiena alla staccionata. Le lacrime erano finite, terminate. Poi rividi i loro visi e allora scoppiai a piangere un'altra volta; grossi lacrimoni, il viso rosso dalla rabbia e dalla tristezza; triste per esser stata tradita due volte, rabbia per essere stata così stupida da cascarci.

"Voglio sparire, oddio voglio sparire" mormorai, tra un singhiozzo e un altro. Abbassai la testa e la appoggiai sulle ginocchia, non volevo che i passanti mi vedessero così. Volevo smettere di piangere, ma più ci pensavo e meno ci riuscivo e più singhiozzi scappavano dalle mie labbra.
Le macchine andavano e venivano, riuscivo a sentirle. Immaginai di essere dentro una di quelle, dirette chissà dove ma giusto per lasciare quel posto anche per una giornata soltanto.
Sapevo a malapena dov'ero, forse con gli occhi meno bagnati avrei saputo riconoscere meglio la zona. Non dovevo aver corso tanto, da casa di Travis. Avrei potuto chiamare Isaac, ma poi come avrei avuto il coraggio di spiegargli tutto senza riniziare a piangere un'altra volta?

Ad un certo punto, sentii una macchina accostare proprio davanti a me e spegnere il motore. La portiera si aprì e si richiuse, riuscii a distinguerne il rumore nonostante la confusione dei pensieri nella mia testa, mischiati al rumore che New York aveva costantemente.
Non riuscii però a sentire i passi della persona o delle persone che ne scesero. Forse avevano attraversato la strada, forse mi avevano già sorpassato ed erano entrati al parco per fare una passeggiata. Magari una coppia di signori anziani che tornava qui dopo tanto tempo; due migliori amiche che andavano per fare una partita di pallavolo insieme; una normalissima coppia felice che avrebbe ricordato lì il primo bacio che si erano scambiati.
Quella macchina fu l'unica cosa che mi fece distrarre un attimo dai miei pensieri, immaginando vite sentimentali migliori delle mie.

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