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Parte 1

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- Amanda, alzati! O arriverai in ritardo e lui non starà certo ad aspettarti per tutto il giorno!
Tra gli strascichi di sogno che ancora ottenebravano, nella mia testa, la luce del mattino, la voce di mia madre arrivò come il più imprevisto dei tuoni durante un assolato giorno d'estate, dissipando le mie fantasticherie notturne e infrangendole in miriadi di immagini tanto colorate quanto confuse.
Cosa aveva da urlare, quella donna?
La fatica che mi richiese sollevare le palpebre, per dare un veloce sguardo alla sveglia, fu forse pari a quella che Ercole dovette sopportare durante le sue leggendarie imprese. Era ancora presto; se non per l'orologio, quanto meno per il mio fisico.
Sentivo già le lenzuola riavvolgermi nelle loro spire invincibili, quando balzai a sedere di colpo, folgorata. Forse perché il mio cuore, a differenza della mia mente, aveva capito tutto: aveva ricordato che giorno era quello e aveva cominciato a fare i salti nel petto come se fosse stato intenzionato a raggiungere la gola e poi, di lì, la bocca, per liberarsi dalla gabbia opprimente del corpo.
Lui mi stava aspettando. Lui! Lui che finalmente era tornato, lui che finalmente potevo abbracciare, stringere, coccolare, baciare. Lui senza il quale la mia vita non avrebbe avuto alcun senso. Mia madre si ingannava: non era lui che non sarebbe stato ad aspettarmi, ma io che non potevo attendere un altro istante, tanto morivo dalla voglia di saltargli al collo e soffocarlo di tenerezza.
Scaraventate da parte le coperte, le cui tentazioni nulla ormai potevano, schizzai verso l'armadio, strappando il vestito che avevo tenuto in serbo per quell'occasione dalla compagnia degli altri abiti. Il pigiama scomparve di fronte alla bellezza dei girasoli della gonna e al giallo del corpetto. Non amavo particolarmente né quei fiori, né quel colore, ma secondo lui facevano risaltare i miei occhi nocciola e i miei capelli, che nemmeno le più affamate spazzole erano mai riuscite a domare, se non forse quando i ciuffi che mi ricoprivano testa e spalle non avevano ancora assunto la loro forma spiraleggiante, impossibile da sottomettere.
Lo specchio rimandò di me l'immagine di una ragazza raggiante, e lo ero davvero. Felice fino nella più piccola parte del mio corpo, traboccante di gioia in ogni mia cellula. Forse coinvolti in quello stato d'euforia, il capelli si lasciarono modellare in ricci più raffinati e meno insofferenti.
Adocchiai i trucchi sparsi sul ripiano del bagno, ma le mani mi tremavano da quanto ero agitata: era decisamente la premessa migliore perché quello che doveva essere un tentativo di migliorare il mio aspetto si trasformasse in una prova anzi tempo per realizzare una maschera carnevalesca. Meglio lasciar stare.
Afferrai borsa e sandali e poi imboccai la tromba delle scale, ringraziando il corrimano quando mi salvò la vita da una caduta sul pianerottolo prima della rampa che portava in cucina.
Eccola, mia madre, la grande urlatrice, intenta come sempre ad armeggiare con pentole e piatti. Che cosa ci trovasse di così interessante nell'arte culinaria, era un mistero che nei miei diciotto anni di vita non ero mai riuscita a svelare.
- Ti ho preparato la colazione!
Asciugandosi la fronte con un braccio, mi indicò il mio posto apparecchiato a tavola.
- Non posso, mi sta aspettando! – le urlai di rimando, ma, ripensandoci, arraffai una mela dal portafrutta e cominciai a ripulirla della polpa che ricopriva il nocciolo.
Mia madre mi intercettò prima che potessi svincolarmi da quei tentacoli che erano le sue braccia. Un bacio sonoro schioccato sulla mia guancia mi colpì a tradimento, prima che potessi difendermi.
- Non vogli baci!- ribadii, riacquistando il mio spazio vitale.
- Non vuoi i miei baci, vorrai dire!
- Pensa a cucinare, visto che hai ospiti! Pensa che figura se bruci tutto! – le risposi, con una linguaccia.
- E tu ricordati di lasciarlo respirare un po', o non avrà nemmeno il fiato per mangiare.
- Con le tue chiacchiere mi farai arrivare in ritardo!
- Sei già in ritardo!
Su suo invito, guardai l'ora: come avevano fatto le lancette a spostarsi così tanto, dall'ultima volta che le avevo guardate?
- Devo andare!- esclamai, lasciando il mio pasto mattutino sul tavolo.
Dovetti socchiudere gli occhi quando, abbandonando la luce tenera dell'interno, fui investita da quella prepotente di un sole che, solo, dominava il cielo.
In un primo momento, tutto mi parve dorato: l'erba del giardino, le pietre del vialetto che portavano al cancello, gli alberi che costeggiavano la strada. Perfino le automobili, che nella loro fretta, procedevano inconsapevoli di quanto le circondava, mi sembravano impreziosite da una bellezza che mai, prima d'allora, avrei attribuito ad una macchina. E se degli ammassi di lamiera mi parevano capolavori, lui mi sarebbe apparso così incantevole da mozzare il fiato.
Pochi passi e la mia casa non era che un ricordo che mi guardava le spalle, vegliando sul mio cammino. Conoscevo la strada, ma penso che più che i miei piedi, sia stato il mio cuore a guidarmi dritto al luogo dell'appuntamento, in quel parchetto dove ci eravamo conosciuti e dove, timidamente, avevamo cominciato a prenderci per mano, tra quelle altalene e quelle siepi che ci avevano visto crescere insieme, giorno dopo giorno, sempre più vicini.
Quando entrai nello spiazzo d'erba, cominciai a girare gli occhi tutt'attorno, con il respiro affannato che aveva assunto lo stesso ritmo del mio petto.
E poi, eccolo lì, su una panchina cullata dall'ombra, intento a ridurre nervosamente in briciole una delle poche foglie già cadute dall'albero più vicino.
- Alex!
Lui alzò gli occhi e, come punto da qualcosa, balzò in piedi. Mi vide subito, ma fu solo quando i suoi occhi incatenarono i miei, che parve riaversi.
- Amanda! – esclamò, venendo verso di me con il più brillante dei sorrisi stampato in volto.
Non riuscii a trattenere un grido e nemmeno a fermare le mie gambe, che, quasi svincolatesi dal controllo della testa, mi portarono dritta tra le sue braccia, con un tale impeto da farlo barcollare.
Lui rise del mio entusiasmo, stringendomi forte mentre mi faceva roteare, sotto lo sguardo, curioso e indiscreto, di bambini e genitori.
- Sei in ritardo. Ti aspettavo mezz'ora fa! Cominciavo a pensare che non saresti venuta.- mi confessò, tra un respiro e l'altro.
- Tu stavi aspettando? Sei stato via per un mese, che cosa dovrei dire io?
Mi riportò a terra, anche se l'erba sotto i sandali mi sembrava lontana chilometri.
- Che mi ami ancora.
La dolcezza racchiusa nei suoi occhi... era quanto di più bello avessi mai visto.
Le mie labbra si posarono sulle sue e vi rimasero impresse per un tempo che, per quanto potesse essere lungo, mi sembrò, come sempre, troppo breve.
- Sempre.
Lui sorrise, soddisfatto.
Lo adoravo.
Perfezione. Chiunque avesse affermato che non esisteva, non aveva conosciuto momenti come quelli che stavo vivendo io. Sulla panchina in cima alla collina, godendo della vista della campagna e dei paesi sotto di noi, e delle dolci rotondità dell'orizzonte, la voce di Alex era come una lenta carezza che riusciva ad accordare tutte le corde del mio animo in una perfetta sinfonia. Mentre mi raccontava tutto ciò che aveva visto, fatto e pensato in quel mese in cui eravamo stati lontani, me ne stavo accoccolata contro il suo torace, con le gambe piegate alla mia destra e il capo posato sulla sua spalla. Era quella la perfezione: stare con lui, lontano da tutto e tutti, noi due soli in mezzo alla natura, con solo il vento e i nostri pensieri a farci compagnia.
- Allora, cosa propone oggi la cuoca?- mi chiese, dopo che ebbe finito il suo racconto.
- Ero in ritardo, non ho avuto il tempo di ficcare il naso nelle sue pentole.
- Prima o poi, dovrai spiegarmi che cos'hai contro le sveglie.
Storsi il naso, alzando gli occhi verso di lui. Il suo viso, così baciato dai raggi di luce che filtravano tra le fronde, sembrava quello di un angelo.
- Non mi piace il loro trillo. Preferisco essere svegliata da una voce umana... le voci delle persone che conosco hanno più difficoltà a entrare nei miei sogni. Le sveglie, invece, non fanno altro che spingermi a immaginare campane o strani aggeggi potenzialmente letali.
Alex scoppiò a ridere di gusto, prima di chinarsi verso di me. Se avessi dovuto fare una classifica dei suoi baci, non avrei davvero saputo da che parte cominciare. Come avrei potuto dire che ce ne fosse uno meglio, o peggio, di un altro?
Mentre quel bacio riempiva il vuoto di tutti i giorni in cui eravamo stati divisi, seppi, con assoluta certezza, che, per me, la vita non avrebbe potuto essere più bella.
- Andiamo a ballare, stasera? – gli chiesi, mentre, a braccetto, ci dirigevamo verso casa mia.
- Sai che sono un frana.
- Ti insegno io! È più semplice di quello che sembra. Guarda!
Mi allontanai da lui, che rimase a passeggiare placido sul marciapiede mentre io, con una breve corsa, mi allontanavo fino a che non ritenni che potesse vedermi a figura intera.
Allora, accompagnata dalla melodia che risuonava nella mia testa, cominciai a volteggiare, danzando con un immaginario ballerino.
- Amanda, attenta al bordo del marciapiede.
Aprii gli occhi giusto in tempo per trovare l'equilibrio necessario per scendere, senza cadere, quel gradino. Percepii la consistenza dell'asfalto sotto le suole e intuii che lo slancio della danza mi aveva allontanata più di quanto fosse saggio.
Prima che potessi prendere qualsiasi decisione, il suono di un clacson esplose nella mia testa, sostituendosi alla musica.
- Amanda!- la voce disperata di Alex mi spinse a girarmi verso di lui. E verso il camion. Un autocarro rosso, che veniva verso di me e io....


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