40. Brunch

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- dedico il capitolo ad Ester e ai suoi elefanti, ti voglio bene aw.

Mi accarezzava il collo, strusciandosi sopra ruvidamente. Era forte, larga, riuscivo a percepirla; mentre i miei piedi toccavano ancora lo sgabello dov'ero stata messa. Le mie mani erano bloccate, ma dal nulla; era come se la sola oscurità le bloccasse, non riuscivo a muoverle, né a fare un solo movimento con le dita. Poi, anche i piedi sembrarono fermarsi, come se non avessi più il pieno controllo del mio corpo. Era come se non li avessi più; la mia mente provava a muoverli, glielo ordinava, voleva farli scalciare velocemente come se avesse appena messo a fuoco la situazione. Ma era troppo tardi. Davvero troppo. 

La corda continuò a scivolare intorno al mio collo; dietro di me non c'era nessuno, sentivo che ero sola, che nessuno avrebbe potuto farmi del male. Eppure, riuscivo a percepire il tremolio delle mie mani o forse lo stavo solamente immaginando, dato che non potevo muovere neanche più quelle.
La mia mente ci mise molto a capire il tutto, mentre la vecchia corda solleticava ancora il mio collo, girandoci intorno in una maniera davvero lenta, che riusciva a farti soffocare al solo pensiero. E allora iniziai a boccheggiare dalla paura, sentivo il mio corpo tremare ma rimanere immobile allo stesso tempo. E il buio mi circondava, non c'era alcuna luce che potesse illuminare me o lo sgabello dove mi trovavo. Non sapevo dove fossi, se qualcuno fosse nella stanza con me. Era tutto scuro, non si udiva alcun suono e presto non riuscii più neanche ad urlare come avrei voluto fare.
La mia mente chiedeva aiuto, le mie labbra non riuscivano a tirar fuori ciò che volevo e la corda intorno al mio collo iniziava a farsi più stretta; ma io non sapevo neanche dove fosse legata. O se la teneva qualcuno. La sentivo, la percepivo. Inizialmente avevo creduto fosse la catenina che mi era stata regalata, soltanto dopo avevo iniziato a captare il materiale più spesso e pesante.
Ma era troppo tardi. E io non potevo davvero farci nulla.
Poi non sentii più niente. Né i piedi, né le mani, né le mie labbra tremolare dalla paura. Il mio cuore non batteva più come prima e la corda non stava più scivolando da una parte all'altra. Lo sgabello era stato spostato.

Mi svegliai con il fiato corto e il cuore che batteva a mille. Avevo i capelli scompigliati, la treccia che avevo fatto la sera prima era scomparsa del tutto e avevo perso l'elastico nella confusione che avevo creato con le lenzuola, mentre scalciavo i piedi. D'istinto, portai una mano sul collo, ma trovai soltanto la collana che Travis mi aveva regalato per i sedici anni.
Nessuna corda, nessuno sgabello. Riuscivo a muovere le mani e i piedi ma dovetti muoverli più volte per rendermi conto che era stato soltanto un incubo.

"Dannazione" borbottai, passandomi una mano sul viso. La sveglia suonò all'improvviso ed io saltaii sul letto come una molla, dallo spavento. Mi allungai per spegnerla e mi ributtai con la faccia in mezzo ai cuscini; sentii il mio cuore iniziare a calmarsi e le mie mani non tremavano più come quando avevo aperto gli occhi. Non era stata la prima volta che facevo quell'incubo; mi era capitato altre due volte pochi giorni prima ed era solo una settimana che ero tornata a casa.
Una settimana che avevo lasciato tutti i miei incubi, ma a quanto pare non era così; forse non li avrei mai lasciati e i demoni interiori di Thomas mi avrebbero dato la caccia fino a quando il suo cuore non avrebbe davvero smesso di battere.

Non potevo iniziare la giornata con una negatività peggiore di così, ovviamente. In più, era domenica e ciò significava che dovevo già iniziare a prepararmi per il brunch, che si sarebbe svolto due ore più tardi. Non ebbi neanche bisogno di buttare giù le lenzuola, tanto già erano sfatte. Scesi al piano di sotto per poter sgranocchiare qualcosa prima di andare, dato che alla mamma non piaceva che ci abbuffassimo troppo in presenza di altre famiglie. Non trovai né Aubrey, né Isaac, né mia madre; così ne approfittai per crearmi una speciale ciotola ricca di frutta fresca e per prepararmi una spremuta di arancia. Almeno, sperai che una sana colazione mi avrebbe aiutato a tirarmi su di morale dopo l'incubo appena vissuto. Mentre mandavo giù i pezzi di frutta, assaporando sapore per sapore, ripensai alla sensazione vera e propria di avere una corda legata intorno al collo; ripensai alla paura che avevo avuto quella sera, a come avevo iniziato a tremare non appena avevo visto lui davanti i miei occhi; allo scotch che si staccava e riattaccava sulle mie labbra, la risata del ragazzo che si era tanto divertito a prendersi gioco di me. Come avrei potuto dimenticare una cosa del genere?

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