Capitolo 1

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Con questo mio scritto non voglio screditare nessun luogo o persona citati, ma anzi voglio che siano apprezzati per la loro bellezza.

Questo testo è opera della mia fantasia e qualsiasi riferimento ad avvenimenti storici, persone e luoghi reali è usato puramente casuale, i personaggi principali non mi appartengono.




Mi svegliai con un forte mal di testa e con la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava; dopo essermi guardato intorno per accertarmi che nessuno potesse vedermi, chiusi gli occhi per qualche secondo e poi li riaprii di scatto sentendo riaffiorare la mia vera natura, che mi aiutò ad alleviare immediatamente il mal di testa senza nessun medicinale o altri rimedi.

Svogliato, mi rilassai per reprimere i miei istinti e, senza riuscire a togliermi di dosso la sensazione di "brutta notizia", mi avviai a fare una doccia, prima di dover andare al lavoro sottopagato e lurido che avevo trovato solo qualche settimana prima grazie ad un amico, ma che in fondo mi dava un po' di indipendenza da mia madre.

Una volta uscito dalla doccia, mi legai un asciugamano attorno alla vita, mentre con un altro mi asciugai velocemente i capelli; mi vestii di fretta e scesi di corsa verso la cucina, afferrai una mela, che sarebbe stata la mia colazione e mi avviai verso la porta prima di essere fermato da mia madre.

La sensazione di brutta notizia aumentò esponenzialmente, sentivo come un campanello, anzi più che altro una sirena, che mi consigliava di fuggire ma, facendo un respiro profondo, mi voltai.

Era ora di scoprire cosa ci fosse che non andava.

« Cosa devi dirmi mamma?» chiesi seguendola in salotto, sedendomi poi al suo fianco sul divano consumato e vecchio , che puzzava di naftalina e mi riportava alla mente ricordi di mio padre troppo dolorosi.

«Si nota così tanto -ridacchiò tristemente abbassando lo sguardo sul tappeto, ancora più vecchio del divano, e sospirò sconfitta- che c'è qualcosa che non va? » io le sorrisi dolcemente, pensando che si sentiva lontano un chilometro, ma dato che non era una cosa da "tutti", le presi una mano portandola tra le mie e con più calma possibile le risposi

«Ti conosco mamma -mormorai afferrandole con due dita il mento per sollevarle il viso e guardarla negli occhi- te l'ho letto nello sguardo » finii mordendomi il labbro

In quel momento, due paia di occhi si scontrarono, preoccupazione e consapevolezza, confusione e agitazione, curiosità e tristezza.

Dopo esserci osservati per qualche secondo, sospirammo contemporaneamente, consapevoli che non sarebbe stato facile per lei da dire e non sarebbe stato facile per me da accettare.

«Figliolo .. so che hai appena cominciato ad ambientarti, a farti degli amici e.. » si fermò scossa da un singhiozzo, io la abbracciai avendo già intuito come sarebbe finita la frase.

«Va tutto bene mamma, non importa.. Troverò un altro lavoro e mi farò nuovi amici» (un nuovo branco)

«Liam, sai che non lo farei se non fosse necessario -mi carezzò lentamente una guancia e poi riprese- senza tuo padre è diventato tutto più difficile e..» ringhiai sentendo la rabbia crescere senza controllo, così, con uno scatto repentino, mi alzai e mi allontanai mormorando tra i denti un: «Devo andare» per poter correre fuori di casa.

In meno di due minuti mi ritrovai fuori dal "bar/ristorante", se così si poteva chiamare il luogo in cui lavoravo, con solo cinque minuti di ritardo.

Entrai corricchiando , avendo smaltito ormai tutta la rabbia e mi posizionai dietro il bancone malandato di una topaia situata nel quartiere più sudicio e povero di Longford.

Dieci minuti dopo mi raggiunse il mio migliore amico, nonchè vicecapo di quella bettola in cui entravano solo vecchi ubriachi in astinenza da sesso, o ragazzini in cerca di un po' di sballo e avventura.

In fin dei conti se ci ripensavo non mi dispiaceva così tanto lasciare quel lavoro.

Una volta che mi ebbe raggiunto dietro il bancone, gli battei il cinque e cominciammo a lavorare servendo alcool su alcool, raccogliendo bicchieri rotti e sopportando frasi e offerte sconce.

Finite quelle sei ore estenuanti, afferrai Niall per un braccio trascinandolo letteralmente di peso sul retro del locale.

«Devo parlarti Nialler, è una cosa importante» mormorai con lo sguardo basso non volendo vedere la reazione che avrebbe avuto, sapendo che me ne sarei dovuto andare.. avevo il cuore rotto già così.

«Continua» rispose impassibile, senza neanche un briciolo di emozione nella voce

«Devo -sospirai passandomi una mano tra i capelli- trasferirmi» niente giri di parole, dritto al punto, sapevo avrebbe reagito prima da beta e poi da amico, ma sicuramente non mi sarei mai aspettato mi abbracciasse sussurrando dei :"lo so" accompagnati da delle pacche impacciate sulla spalla.

«Come.. lo sai?» domandai allora al biondino nascondendo il viso sul suo collo e stringendomi ancora di più a lui, tanto da sentire il battito del suo cuore; lui prese ad accarezzarmi i capelli guardandosi intorno sospetto.

«Tua madre mi aveva proposto di venire con voi.. ma sai che non posso... -si bloccò controllando che non ci fosse nessun altro oltre a noi e poi continuò in un sussurro- lasciare il branco di mio fratello, devo rimanere e lo sai meglio di me, è il mio compito»

Sospirai sconsolato annuendo; sapevo non ci sarebbe stata nessuna possibilità di convincerlo a seguirmi, insomma, chi sceglierebbe mai un Omega appena diciottenne come me ad un Alfa di famiglia?


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