Quelle venti ore sembravano non passare mai. Solitamente, è all'andata che il viaggio sembra eterno. Sempre le stesse strade, sempre la stessa ora.
Per me, invece, fu il contrario.
Il ritorno a casa fu davvero stressante e penso non soltanto per me, ma un po' per tutti quanti.

Ci furono le solite chiacchierate e risate, certo, ma fu diverso. Forse perché io e Travis avevamo litigato prima di partire. Forse perché avevo una sorella. Una mezza sorella, anzi, una sorellastra.
Avevo passato la prima ora a parlare con Aubrey delle cose che ci piacevano, della nostra vita e di ciò che avevamo fatto. Le raccontai di Londra e del mio primo anno alla South, di ciò che avevo passato sia con Isaac che con Travis, che con tutti gli altri. Le raccontai come avevo conosciuto Maya, Jenna e Sierra e del tempo che avevamo trascorso tutti insieme.

Lei mi raccontò molto: soltanto suo padre era di origine russa, ma si era trasferito presto negli Stati Uniti quando erano piccoli. La madre, invece, era del Connecticut ma si era trasferita nel Nevada con la famiglia all'età di tredici anni. I suoi si erano conosciuti al liceo, all'ultimo anno, perché sua madre aveva deciso all'ultimo di frequentare il corso di lingua francese ed erano capitati al banco insieme a causa di un suo ritardo. Si erano sposati poi a ventisei anni e, dato che Joanna non poteva avere figli, hanno adottato Aubrey.
L'avevano trovata per caso, mio padre l'aveva portata in orfanotrofio e loro, in vacanza nel Connecticut, avevano fatto un salto a New York per poter vedere la città. Aubrey mi spiegò di essere molto affascinata dal trucco che si usa nei film, quello per fare creature fantastiche o strane fantasie sul corpo.

"E te? Cosa vorresti diventare?" mi chiese, cogliendomi di sorpresa. O forse non fu sorpresa, ma un attimo di lucidità: non volevo diventare un avvocato, come mia madre, né mi vedevo al posto di mio padre.

"Medicina, credo" ammisi, anche se un po' incerta. La medicina mi aveva affascinata sin da piccola, quando facevo le visite con una pediatra. Era forte il modo in cui trattava i bambini, nel senso che era molto buona e gentile. E comunque, salvare le vite di alcune persone lavorando in un vero e proprio ospedale, mi aveva sempre meravigliato molto.

"Sai, la medicina non sarebbe stata male, ma ho un odio profondo per i dottori da quando mi sono rotta entrambe le braccia" mi disse Aubrey, facendomi ridere.

"Vi prego! Scendiamo!" stava urlando intanto Cameron, "sto morendo di fame Aiden! E non voglio sentire il mio stomaco brontolare ancora per molto!"

"Dov'è che scendiamo? Lecchiamo l'asfalto?" gli rispose Aiden, facendoci ridere tutti. "Tra cinquecento metri dovrebbe esserci un autogrill, scenderemo lì."

"Ew, odio i loro panini" borbottò Isaac, iniziando a sbattere ripetutamente la testa all'indietro. "Ehy Aiden, dopo guido io e, seriamente, scendiamo il prima possibile. Il culo ha preso la forma del sedile."

"Sapete di cosa ho voglia?" dissi, "di un bel panino con hamburger e quella salsa al formaggio fantastica che fanno al bar vicino scuola."

"Modestamente, la servo io" esclamò Jenna, girandosi di scatto verso di me.

"Giusto, lo avevo dimenticato" ammisi, ridendo. Jenna aveva smesso di lavorare quando le avevano ingessato la gamba, sarebbe tornata sicuramente dopo queste ferie.

"Formaggio o non formaggio, l'importante è che ci sia una foglia di insalata, non è un panino senza insalata" ribatté Maya, facendomi venire l'acquolina in bocca. In effetti, non avevo mangiato nulla oltre il cornetto di quella mattina.

"Secondo i miei calcoli, arriveremo a New York per le sette e mezza del mattino" annunciò Aiden, mentre svoltava verso l'autogrill. "Se non per le otto" aggiunse, subito dopo.

"Praticamente una giornata qui dentro" borbottò Travis. Notai che si era steso completamente su entrambi i sedili e aveva appoggiato la testa sul vetro del finestrino, coperto dalla tendina gialla.

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