Quando riaprii gli occhi, non misi subito a fuoco tutto ciò che avevo intorno. Vedevo leggermente sfocato, come se la botta che avevo preso fosse stata molto forte. La stanza era circondata dal buio e la testa faceva ancora un po' male.
Provai a buttar giù un sospiro, ma qualcosa mi bloccava. E no, non era la paura che mi bloccava la voce in gola. Era un pezzo di carta, sicuramente scotch perché non poteva essere stoffa, lo avrei percepito subito.

Le mani, ovviamente, erano legate, ma la corda mi sembrava leggermente familiare. Lanciai un'occhiata ai piedi ma non riuscivo a guardare neanche quelli, così provai a muoverli e capii di aver legati anche quelli, alle caviglie ovviamente.

Mi girai, cercavo di stare calma ma avevo il cuore che batteva all'impazzata. Forse anche troppo, magari sarei svenuta da un momento all'altro, perché la testa mi girava molto e non riuscivo a vedere benissimo. Forse, era per il buio, forse per il panico.
Volevo gridare ma non potevo; tirai la testa indietro e la sbattei al legno. Mi girai leggermente: era una libreria, ma non così grande.

Buttai un'occhiata al centro della stanza e sbattei più volte gli occhi. Era una scrivania, quindi ero sicuramente nello studio di mio padre. Alzai lo sguardo verso la finestra, ma metà non si vedeva. Mi affacciai leggermente, non poteva essere la mia ombra ovviamente perché ero seduta.

Lo scotch si tolse di poco, lasciando scoperta una parte della mia bocca.
"Wyatt?" sussurrai, lui mi sentì e si girò di scatto. Non riuscivo a vederlo bene, ma era un ragazzo, lo si capiva dai lineamenti e dal passo non così leggero.

Scoppiò in una fragorosa risata, come se avessi detto la cosa più divertente del mondo. Quindi non era Wyatt, non poteva esserlo.

"Sai, piccola Evans" iniziò, venendo verso di me, "non so qual è la cosa che mi ha sorpreso di più: il fatto che l'anagramma del cognome di Aubrey è Evans o il fatto che il tuo ragazzo sapeva tutto quanto."

"C-Che vuoi dire?" sbottai, ma mi riattaccò lo scotch. Mi sorrise leggermente e lo tolse in una sola botta, facendomi urlare dal dolore, più che altro perché mi aveva preso di sorpresa.

"Perché non accendi la luce? Hai paura che ti riconosca?" mormorai, riflettendo sulle sue parole.
Aubrey Stan-Asven.
Asven.

Accese la lampadina della scrivania di mio padre e si venne a sedere davanti a me, incrociando le gambe. Aveva un bel viso, pazzo, ma con dei bei lineamenti e delle occhiaie così profonde come le pozzanghere che si formavano a New York nei giorni di pioggia. E la voce. La voce era terribilmente familiare, l'avevo già sentita e non solo una volta.

"Eri il cameriere al matrimonio di Melanie" indovinai, "quello che ci ha dato da bere a me e Jenna durante l'aperitivo. Il ragazzo che cercava di strusciarsi su di me in discoteca e la tua voce, tu avevi detto che non ti conoscevo ma che lo avrei fatto."

"Sei così intelligente, piccola Evans" mi disse, accarezzandomi una guancia.

"Solo che non ho capito che cosa sapeva Travis" replicai, con la voce che tremava leggermente. Dovevo urlare e lo sapevo. E avrei urlato, dopo aver ricevuto tutte le risposte che volevo. Aveva giocato d'astuzia, aveva attirato la mia attenzione. Sapeva che, se avessi urlato e gli altri mi avessero trovato, non avrebbe detto più nulla.

"Gli anagrammi sono così belli" mi disse, togliendo una ciocca dei capelli dal mio viso e mettendomela dietro l'orecchio. "Sono misteriosi, ingannano la mente degli altri. Il mio nome è Thomas. Thomas Vincent Wilson. I miei genitori, i miei amici, mi chiamavano Teves, da quando sono entrato all'ospedale nessuno mi ha più chiamato così. Soltanto Lory, Lory era così bella e gentile. Ti starai chiedendo perché Teves? La T, la V, le iniziali del mio nome. Ma Lory diceva che Teves piaceva tanto al nonno, così mi chiamava sempre così."

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