Il Mondo rovescio di Jacop Strikeball

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Prefazione

Gro è un modo di concepire la vita, Gro è tutto ciò che può essere, così come Gro può non significare assolutamente nulla. Questa storia ad esempio è Gro, la mia vita è Gro, il mio girovita è Gro e il mio thriller, Il mondo rovescio di Jacop Strikeball, è una storia Gro. Ho scritto questo romanzo in una sola, lunga e interminabile notte di fine estate. Immerso nella mia lucida follia, pensavo. Pensavo e scrivevo. Scrivevo la storia, la vera storia di Jacop e intanto meditavo, meditavo sulla frenesia dell'essere umano e la sua continua ricerca, attraverso l'apparenza, di conferme alle sue incertezze, paure e fragili virtù. Chi decide in questo modo della propria vita non è Gro. Chi non ascolta la propria anima non è Gro. Chi non beve rum nero non è Gro. Chi ammazza l'aria che respira, senza godere nemmeno un istante, la propria vita, non è Gro. Chi illude un bambino non è Gro. Chi offende il grembo di una donna è un gran pezzo di merda e non può essere Gro. Apparire, senza guardare dentro di sé. Senza ascoltare la solitaria voce, che grida disperatamente, che chiede un attimo di attenzione, del proprio cuore. Questo è l'errore, il delitto, lo stupro più grave che un uomo possa commettere verso se stesso. Abbandonare l'apparire significa iniziare un viaggio denso di nuove e intime scoperte. Anche quando quello che ci sta di fronte appare reale, una notizia sopra un giornale si presenta autentica e sincera interroghiamoci. Interroghiamoci se questa non nasconde una verità diversa da quella che ci propone. Cerchiamo sempre di verificare l'attendibilità di ogni verità, così come ci viene a volte superficialmente offerta, magari solamente per scoprire che, in fondo, non è nemmeno tanto diversa dalla nostra. La storia, la nostra storia, quella dei nostri figli di gatti, cani, cavalli, farfalle, frutta, sugo all'amatriciana, vino rosso da tavola, orologi da polso, pendola a muro, ciclidi del Tanganica, del cinema, del mestruo femminile, di baobab e di blatte, scriviamola sempre con la penna del nostro pensiero e del nostro agire. Molti hanno percorso questa strada, Jacop è tra questi e ora i suoi occhi si posano sul mondo, osservandolo attraverso una luce diversa, la luce immensa della loro anima, perché la loro anima ora è Gro. Quando ho finito di scrivere la storia di Jacop e l'ho riletta, ho capito che, da quel preciso istante, non avrei più potuto vivere un altro solo istante della mia vita senza essere uno sporco, un fottutissimo, un romantico, un amabile e grandissimo figlio di Gro. E quando chiudendo il libro, una volta terminato di leggerlo, ti sentirai un po' più Gro del solito, io ne sarò veramente felice, il mondo sarà felice, tutti saranno felici, perché sulla terra un nuovo Gro è nato.

Moses Soon


CAPITOLO 1


La accartocciai e la gettai nel cestino,

colmo di altre cento scarpette,

mille tazze usate di caffè




Librare: voce del verbo scrivere un libro

- No, assolutamente no! Lei, monsieur Jacop, è un uomo finito. Si sposti, si sposti immediatamente da lì!Mi aveva colto in flagrante. Con l'arma del delitto ancora tra le mani mentre digitavo sulla tastiera del cervellone elettronico la mia ultima opera letteraria. In segreto, lontano da sguardi indiscreti, illuminato dalla tenue penombra azzurrata che il monitor diffondeva nel piccolo ufficio. La guardai attraverso gli occhiali ipermetropi che tenevo appoggiati sulla punta del naso.

- Adesso anche durante l'orario d'ufficio. Vero Jacop? Ribot stava lì di fronte, con la sua solita espressione da cinica e assatanata vampira.

Lei, direttore editoriale dalle autoreggenti intricate e intriganti, simili alla ragnatela vischiosa del ragno, capace di irretire lo sguardo del maschio più distratto.- Ribot! Celin! Ti prego, lasciami librare! Non vedi le mie piume fresche d'uovo? Le mie ali appiccicate alla testa? Non senti il dolce graffio della mia stilografica sulla carta giallognola di un piccolo notes comperato ai magazzini Lafayette? - Lei sbottonava sarcastica la camicia; un altro bottone saltava. - No. No! - Era evidente, Finanche troppo! - Vuoi torturare le mie cellule sessuali fino nella loro intima anima citoplasmatica? Vuoi che si rompano le fragili barriere che le contengono, le staccionate, gli steccati? Irrompendo impetuose nella prateria della lussuria, attratti dal miraggio e dalle promesse di un lauto pascolo? È questo che vuoi? Vero? Vero Celin?Celin ride. È bella Celin, ma maledettamente cinica. Un capo redattore capace di strizzare le palle rotatorie di un tipografo fino a farlo urlare di dolore, indifferente alla tua sofferenza fisica se, per stampare l'ultima edizione, al posto dell'inchiostro ci devi mettere qualche milione di globuli rossi del tuo sangue innocente; urlanti, deliranti, disperati, incapaci di comprendere il motivo del doversi sacrificare per innalzare la tua gloria.

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