1. Portland, Maine

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Dedico questa storia, questo capitolo ma soprattutto il discorso di Phoebe a tutti gli adolescenti che, ogni giorno, si svegliano sentendosi non abbastanza. A quegli adolescenti timidi, poco sicuri di sé, che vorrebbero cambiare e dare una svolta a ciò che sono. Dedico questo a te, che stai leggendo.

La abbracciai.
La strinsi tra le mie braccia, inspirando quel suo profumo alla vaniglia non di marca ma che metteva ogni volta. Chiusi gli occhi, rilassandomi, cercando di sparire nella persona in cui Phoebe Price mi aveva trasformata. Ero cambiata, ero diversa. E tutto solo grazie a lei. Grazie alla persona che aveva creduto in me, che mi aveva fatto scoprire una persona totalmente diversa.

Mi staccai dall'abbraccio. Lo sciolsi, definitivamente. Sciolsi il nostro ultimo abbraccio di addio.

"È stato davvero un bell'anno" dissi, guardandomi poi intorno. L'aeroporto di Seattle non lo ricordavo così. Era pieno di persone, certo, una via vai continuo impossibile da fermare. Le rotelle delle valige che strusciavano contro il pavimento bianco, i bambini che urlavano o gioivano, persone che si guardavano intorno stranite.

Ed io amavo quel posto.
Amavo gli aeroporti, amavo viaggiare, volare, osservare le nuvole dal finestrino che mi facevano sentire così in alto.

L'aeroporto era, per me, un sinonimo di libertà. Di liberazione. Ciò che era significato per me l'anno che avevo passato.

Phoebe ridacchiò, scuotendo la coda di cavallo, i suoi capelli quasi neri si ritorcevano in fantastici boccoli alla fine. Sospirò subito dopo, sapevo che neanche lei aveva così tanta voglia di partire. Dopotutto, tornare a casa non era mai piaciuto a nessuno.
Me specialmente.

Schiuse le carnose labbra, quel giorno senza lucidalabbra alla pesca e fece per dire qualcosa, ma poi mi abbracciò di nuovo e si allontanò prima ancora di darmi il tempo per ricambiare.

"Dio, Hay mi mancherai così tanto" piagnucolò.

"Lo so, mi mancherai anche tu" le dissi. Ed era vero. Phoebe mi sarebbe mancata davvero tanto. Era riuscita ad essere, in un anno, una delle persone a cui ero più grata, in diciassette anni di vita.

"Dai, non siamo poi così lontane" disse. "Fortunatamente siamo entrambe del Maine, tu potevi venire dalla Portland dell'Oregon, andiamo! Comunque verrò a trovarti appena mio padre avrà un incarico il più lontano possibile da casa."

"Fantastico" commentai, sorridendole.

"E ricordati tutto ciò che ti ho insegnato" continuò. "Se non ti senti bella, comportati come se lo facessi. Ci sono due tipi di persone: le prede, i predatori. E tu hai smesso di essere la preda, ormai. Quest'anno sarai tu il predatore e non importa se ti senti sbagliata, non accettata o ingiusta, non mostrarlo agli altri. Perché tu sei tu, gli altri non sono te e quindi non possono essere migliori di quello che già sei. Mettitelo bene in testa, fottitene degli altri perché sei migliore di tutte queste persone al mondo. E questo non vuol dire che devi tirartela, ma soltanto che sei sicura di te stessa. E cosa c'è di sbagliato nell'essere sicuri di sé?"

Sospirai, un'ultima volta. Phoebe mi aveva davvero insegnato tanto quell'anno e adesso toccava a me mettere tutto in pratica.

"I passeggeri dell'aereo per Bangor, devono prepararsi alla partenza" disse una voce dal microfono, interrompendo ciò che ero pronta a dirle.

"Grazie davvero Phoebe, per tutto quanto" dissi, anche se forse avrei dovuto dire di più.

"Qualsiasi cosa, fai uno squillo" mi avvertì, stringendo la presa sulla sua borsa a tracolla. Bangor era una città del Maine molto movimentata, piena di vita e di casino e io ci avrei messo la mano sul fuoco per il fatto che lei venisse da lì. Perché Phoebe era proprio come la sua città natale, piena di vita e di voglia di vivere.

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