Il muro

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Lo squillo del telefono di casa tuonò inaspettato quella mattina, nessuno chiamava mai a quell'ora. Al primo squillo, Daphne fu attraversata dal dubbio che fosse per lei. Sperando che sua madre, ancora a letto, non l'avesse sentito, si fiondò nel corridoio: ad aspettarla, solo una base vuota lampeggiante. "Dove cazzo ho messo il telefono", pensò, schivando i cartoni del trasloco. La sera prima aveva chiacchierato di nascosto per più di un'ora con Tammi, rannicchiata sul balcone della nuova casa per non farsi sentire. Un occhio al cielo, un occhio alla porta. "L'avrò lasciato lì...".

Era genuinamente sbadata, con la testa spesso altrove. La sua mente amava tergiversare su pensieri tutti suoi, voli pindarici tanto arguti quanto superflui.

«Pronto?» disse Daphne, dopo aver afferrato il cordless.
«Daphne!» La voce di Cate schizzò fuori come una pallina da flipper.
«Ci vediamo all'angolo alle 07:30. È successo un casino, mo non posso parlare. Ci vediamo là. Non fare tardi... capito? Non fare tardi!»
«Ma sei scema? Alle 07:30?» rise Daphne.
«Non fare tardiiii!» replicò Cate.
«Cate, se è una cagata mi incazzo. Mi hai svegliata alle 6:15!»

"Chissà che sarà successo adesso",  pensò, divertita Daphne. Cate era spesso melodrammatica, sognava di diventare attrice. Era un anno più piccola di lei, figlia di credenti separati, tutto le era formalmente proibito ma tacitamente concesso. Sembrava uscita da un fumetto giapponese: le mancava solo la goccia sulla testa.

Scese di casa ancora mezza rincoglionita, zaino molle su una spalla, i capelli legati male e la maglietta infilata nei jeans. L'aria di Via Trevisani le arrivò addosso come un'onda calda e densa. Il laboratorio di pasticceria sotto casa sparava un profumo di crema e zucchero che ti entrava nel naso e nel cervello, ti faceva venire fame anche se avevi ancora lo stomaco chiuso. La macelleria aveva già spalancato le porte: odore ferroso, carne fresca, la radio accesa su musica vecchia. Sul lato opposto, il calzolaio picchiava col martello in un sottoscala scuro, infilato in un portone scrostato. 

«Toc toc toc»

Passò davanti al parrucchiere afro, che alzava la serranda con due mani, con il neon che sfarfallava già dentro. Il pavimento era nero e lucido, le pareti rosse, le sedie cromate.
Superò il market con le casse di frutta sul marciapiede, con le banane nere ai bordi e i prezzi scritti col pennarello su cartoncini fluorescenti.

Camminava veloce, con 'Narcotic' nelle orecchie, gli occhi ancora appannati, lo zaino che le rimbalzava sulla schiena. Attraversò via Dante e salì per via Manzoni, qui, il marciapiede si allargava, le vetrine diventavano più lucide, le tende dei bar pulite, stirate, come se ci fosse un regolamento. Le insegne cominciavano a usare parole in inglese. I portoni diventavano alti, lucidi, con le portinaie in camice bianco che lavavano l'ingresso con l'acido. Era come scalare Bari, un gradino sociale alla volta.

Arrivò in piazza Garibaldi.
Le palme erano ferme e pettinate, oltre la piazza si intravedeva il corso, un'altra città, un altro mondo, un'altra lingua.

Scrisse a Tammi.
 - Cate è fuori di testa, ha chiamato anche te?
- Si, Da. È un casino. Non fare tardi.

E niente, se Tammi diceva che era un casino, era un casino. 

Fecero il giro dalla palestra, come al solito, per entrare prima del suono della campanella. Il bidello si lasciò corrompere con un caffè e due sigarette, accettati senza dire una parola, solo un cenno col mento. Solo chi conosce il Liceo Classico Quinto Orazio Flacco, storico istituito barese con la pianta a M, omaggio originario al Duce, poi ripulito dalle simpatie fasciste con la costruzione dell'ala Via Murat, sa quanto questa operazione fosse rischiosa. Lì regnava la dittatura della vicepreside, una creatura ibrida, metà sbirro e metà spettro, capace di materializzarsi alle spalle al primo clic di un accendino. Daphne la immaginava così: un'entità paranormale con l'olfatto tarato sulle Marlboro e le Dr. Martens, sempre pronta a strapparti la giustifica di mano prima ancora che la tirassi fuori. Risalirono di corsa la scalinata dell'ala destra, evitando la presidenza e la zona della sperimentale. Attraversarono tutto il corridoio principale del terzo piano, lungo, eccessivo, con le porte chiuse e l'eco delle scarpe che batteva sui muri, dirette verso l'ala sinistra. A metà corridoio, Daphne si bloccò. Si fermò di colpo, guardando fuori dalla finestra.

«Ragazze. È finito.» gridò.

L'autosilo, quello in costruzione per tutto il quarto ginnasio, quello che sembrava un monumento all'incompiuto, era finito: bello alto, grigio, spigoloso, con quella scritta "LIBERO" lampeggiante in verde. Il palazzone trionfava lì, spavaldo, al posto del mare, al posto del blu.

«Solo un vecchio sadico sotto acido può decidere di costruire un cazzo di autosilo davanti a un liceo vista mare» cominciò a dire Daphne, col tono di chi inizia un comizio.
«Sicuramente uno che veniva qui negli anni '70, fascista figlio di fascisti. Uno a cui la compagna di banco non l'ha data e lui ci è rimasto sotto, e adesso, trent'anni dopo, si vendica seppellendo il mare e i nostri sogni sotto strati di cemento armato...»

«Daphne basta» sbuffò Tammi, senza fermarsi. «È un autosilo. Muoviti». Le presero il braccio e la trascinarono verso i bagni. Lei ancora parlava da sola, mezza indignata, mezza ispirata. La spinsero davanti alla parete, Tammi la afferrò per la mandibola e le girò la faccia con una mano decisa e disse: «Guarda».

Sul muro campeggiava, in spray nero e lettere enormi, la scritta: DAPHNE DI QUINTA D È UNA GRANDE PUTTANA.

Rimasero tutte e tre in silenzio, a fissare la scritta, come davanti a una targa commemorativa. Cate ruppe il silenzio: «Chi può essere stato?»

"Chi cazzo poteva essere stato? " Pensò Daphne.

Non era una troia, non davvero, cioè, sì, aveva fatto qualche cazzata, ok, due o tre limoni, una mano infilata nei jeans, qualche messaggio scemo alle tre di notte, ma non era quella cosa lì. Non lo era. Quel quinto anno, poi, era iniziato piatto come un pavimento di marmo, nessun casino, nessuna storia, niente. Non era una troia o forse agli occhi di qualcuno sì?

"E se cominciassero tutti a crederci?" pensò Daphne.

Era solo una che parlava con i ragazzi, che si sentiva più a suo agio a ridere con loro, a bestemmiare, a correre dietro a un pallone, a sporcarsi le ginocchia sul cemento mentre le altre con la giustificazione mestruata stavano al sole, come lucertole in divisa, facendo finta di soffrire e l'altra metà a fingere di giocare a pallavolo, con gridolini e mani che non devono rovinarsi le unghie.

Daphne guardava la scritta sul muro e si sentiva un vuoto strano dentro, non rabbia, non ancora.
Una specie di buco. E allora? Era bastato quello? Due battute con un ragazzo, un abbraccio fuori tempo, un sorriso, per farle guadagnare una scritta a caratteri cubitali?

'PUTTANA'

Le si piantava in testa così, a sillabe spezzate: Pu tta na. Come se fosse qualcosa che si diventa senza accorgersene. Come se un giorno ti svegliassi con l'impressione che tutti sappiano qualcosa che tu hai dimenticato. Guardava quella parete e sentiva un rumore dentro, una specie di bruciore sotto la pelle, un furore che ancora non aveva parole o forse sì, ma se le teneva in gola. E si fece strada un pensiero bastardo, quello che non voleva fare, ma che arrivava comunque, sottile e guasto:  "e se fosse vero e in fondo lo pensassero tutti?".

Daphne rimase lì a fissare il muro con Tammi e Cate in silenzio, come se fossero davanti a un cadavere, solo che il cadavere era lei e respirava ancora.

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