Capitolo XVIII

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Rimasi per un po' da sola, il tempo necessario al padrone per disfarsi del corpo di Lia.

Mi era parso così strano: quel corpo un tempo pieno di vita, quegli occhi che erano stati pieni di luce si erano spenti in un attimo.
È incredibile osservare l'inutilità della vita dinanzi alla morte: siamo come candele e basta un soffio di vento gelido a spegnere la fiamma, in un attimo.
Alla morte non interessa la tua vita: che tu sia stato un eroe o un poveraccio, un santo o un malvivente, spegne la tua fiamma esattamente come spegne le altre.
E la luce si spegnerà negli occhi.
E quei ricci rossi resteranno vivi, come per scherno.

Rimasi da sola, il tempo necessario per pensare che quella sorte sarebbe toccata anche a me e che non volevo.
Magari alla morte non interessava la mia vita, ma non le avrei permesso di prendersi la mia fiamma lì, in quel seminterrato, con quell'essere spregevole, senza avere la possibilità di vivere ancora.

Se la vita era solo un sogno ed ero destinata a svegliarmi nel letto della morte, volevo gustarmi il sogno fino alla fine e smettere di vivere in quell'incubo.

Il padrone fece il suo ingresso. Era strano.
Non aveva il solito portamento maniacalmente fiero e orgoglioso, non fece il solito ingresso teatrale.
Quella volta, come poche altre da quando ero lì, sembrava un uomo. Un uomo triste.

Si trascinò lentamente giù per le scale a passi pesanti e scanditi.

Mi si parò davanti, si grattò la barba incolta di qualche giorno poi crollò sulle sue ginocchia con un tonfo tanto sordo quanto improvviso.
Mi ritrassi per la paura.

«Ci rimane poco tempo» disse con tono grave.
«Che... che vuoi dire».
«Voglio dire che stanno arrivando. Li ho chiamati io, quelli della polizia. Gli ho detto tutto, di te, della francese, di Lia, come arrivare qui sotto... è giunto il momento di farla finita. È giunto il momento di dirti tutto».

Rimasi scioccata da quella dichiarazione. Voleva davvero finire tutto così. Aveva detto di volermi dire tutto. Avevo mille domande in testa, ma una esplose prima che me ne potessi accorgere fuori dalla mia bocca:

«Chi sei?»
«No, non adesso, ti prometto che te lo dirò»
«E cosa vorresti dirmi?»
«Il perché. Il perché di tutto questo»

Feci un gesto con la mano come per indicargli di andare avanti.

«Io e te ci conosciamo, Seline. Ci conosciamo da tempo. Sono sempre stato nell'ombra, oscurato dagli altri ma ti ho sempre amato. Sempre. Non potevo più continuare a non esistere per te così ho deciso che saresti stata mia, completamente, ma che non ti avrei fatto vedere la mia faccia, che sarei rimasto nell'ombra perché è così che mi hai abituato, Seline».

Non sapevo cosa dire, cosa fare, se credergli o meno. Così seguii l'istinto.
Gli diedi un forte schiaffo sulla guancia sinistra. Subito dopo ritrassi la mano e la tenni pronta per essere usata come scudo.

Non si mosse. Il padrone rimase lì, immobile, a massaggiarsi la guancia colpita.
«Dimmi chi sei» gli dissi, decisa.
«No, non posso».
«Dimmi il tuo nome» gridai.
«Mi dispiace».

«Voglio guardarti negli occhi lurido bastardo!» detto questo, afferrai la maschera e tentai di strappargliela, ma con un gesto fulmineo, come se avesse previsto tutto, mi afferrò gli avambracci, subito dopo le catene.
Quello che, probabilmente, non aveva previsto era tutto quello che accadde dopo: mi si avvicinò, lentamente e mi baciò.

La sua barba ispida mi pungeva, eppure non opposi resistenza.
Una parte di me mi ordinava di togliermelo di dosso, eppure io non ci riuscivo.

Lentamente, ci trovammo stesi, sul freddo pavimento in cemento.
Lui si fermò e mi guardò negli occhi. Quella era una domanda.
Io non parlai, non mi mossi. Lo guardai soltanto. Gli dissi sì.

Riprese a baciarmi e, piano, prese a sfilarmi la maglia. Dovette romperla per farla passare oltre le catene. Sobbalzai quando le mie scapole nude si posarono sul cemento ma immediatamente fui stretta dalle calde braccia del padrone.

Feci per togliergli la maglia, ma mi bloccò e fece da solo. Continuava a non volermi mostrare il viso e non voleva rischiare che la maglia gli sfilasse la maschera.

Dopo poco ci trovammo a fare l'amore.

Ero confusa. Com'era possibile tutto questo? Stavo sognando?

Lì fuori risuonavano le sirene della polizia. Stavolta ero certa che sarebbero arrivati, che mi avrebbero salvato.
Mi sarei immaginata a gridare e scalpitare in questa situazione, invece stavo facendo l'amore con Satana tra le fiamme dell'inferno mentre gli angeli venivano a salvarmi.

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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora