"Quali prove hai per dire che lui ti vuole? Cosa ti fa pensare che anche lui ha un interesse per te? Non hai forse travisato, male interpretato un semplice gesto di amicizia?"
Questa é la domanda che mi fa la terapeuta, seduta tranquillamente sulla sua comoda sedia ergonomica, dall'altra parte di un tavolo di legno scuro, lucido, pulito da ogni minimo granello di polvere, occupato da pochi oggetti banali: un portapenne e un piccolo blocco di fogli per appunti, oltre all'immancabile pc.
Respiro. Ascolto il mio respiro. Prima l'aria che entra dal naso, il mio petto che si solleva e poi il rumore dell'aria che esce dal naso.
Rimango in silenzio.
Che prove ho che lui mi ama? Amare forse é troppo. Diciamo che gli piaccio. Che prove ho che gli piaccio.
La vicinanza. Il contatto. Siamo facilmente attratti l'uno verso l'altra. Fisicamente. I nostri corpi tendono l'uno verso l'altro quando siamo insieme. Si toccano.
Ok. Io lo tocco. Frequentemente. Ma lo faccio con tutti. Con lui di piú. Ma lui non si scansa, non mi evita, non rifiuta il mio contatto.
Capita che se siamo con gli altri a chiacchierare, io e lui finiamo per isolarci, i piedi che puntano l'uno verso l'altra, lui che circumnaviga gli altri per avvinarsi a me, e piano piano, diamo le spalle al resto del mondo e creiamo la nostra bolla, da cui escludiamo gli altri.
Lui ha memoria, come io del resto, delle mie piccole confidenze. E ricordare le piccole cose significa avere cura di quella persona, no?
Ma nel concreto, che prove ho di piacergli? Qualche piccolo gesto, come quando mi porta le caramelle che mi piacciono, oppure una copia di un libro che volevo. La corsa per portarmi il telefono che squillava quando lo avevo dimenticato in un'altra stanza.
I suoi sono gesti di cura, sono i gesti di una amicizia gentile, non profonda e duratura di anni. Anche se le confidenze sono state importanti.
I suoi occhi. I suoi occhi quando mi parla o quando mi ascolta. I suoi occhi guardano le mie labbra.
E il suo inclinarsi verso di me, oltrepassando quello che é il confine dello spazio vitale che ha ciascuno di noi, avvicinando il suo viso al mio. Senza imbarazzo.
E poi quella ricerca dello sguardo, i pensieri condivisi, quelle lunghe chiacchierate fuori dal lavoro.
Ok.
Non ho prove concrete.
Non mi cerca.
Non mi chiama.
Non mi scrive.
Non mi chiede di uscire insieme.
Anche se io ci sto davvero bene insieme a lui. Anche se mi sembra fantastico il tempo passato con lui. Anche se mi sento a casa, se sembra che ogni cosa che facciamo insieme é come se l'avessimo giá fatta mille volte. Anche se lo stare insieme é famigliare come se ci conoscessimo da anni.
Non ho alcuna prova che io gli piaccio.
