Capitolo XVII

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Improvvisamente fui colta da una morsa allo stomaco potentissima. Lia era lì, nelle mani del padrone, per me.

"Non si uccide mai una volta sola" quel pensiero agghiacciante riaffiorò nella mia mente e un senso di panico totale si impossessò di me. Iniziai a gridare e piangere senza un motivo apparente. Ero solo stanca. Stanca di tutto quello che mi stava succedendo. Sapevo di dover morire, ma non volevo continuare a trascinare persone nel baratro in cui ero caduta io, non volevo costringere più nessuno a subire il mio stesso destino.

Mi fermai a guardare Lia. Era diversa. I suoi capelli sempre ricci e rossi erano così vivi che sembravano innaturali e fuori luogo sparsi disordinatamente sul viso magro e senza luce. Quel rosso era l'unico colore che restava vivo: gli occhi un tempo di un celeste vivo sembravano essere diventati grigi.

Grigia. Anche lei era diventata grigia. Iniziai a pensare che il pittore stanco e triste che ha mischiato tutti i suoi colori finendo per ottenere un grigio spento ero proprio io. Ero io che rendevo grigio chi mi si avvicinava.

Il padrone scese le ultime scale, sempre l'arma puntata minacciosamente sul viso di Lia. Quando i gradini furono finiti diede uno spintone a Lia che cadde in ginocchio davanti a me, parandosi coi palmi.

«Ma guarda un po' chi si vede... Lia, l'amichetta del cuore di Seline... Avete condiviso tutto insieme, gli studi, le passioni, le infatuazioni... finanche il destino».
«No! Ti prego! Uccidi me, fai di me quello che vuoi ma lascia stare Lia!» urlai disperata, lei non si muoveva.
Il padrone rise di gusto: «Che storia... ti rendi conto che ciò che mi chiedi è contro natura. Le pecore non si avvicinano mai alla tana del lupo, altrimenti... la fine è certa. No, Lia?»

«Come fai a conoscermi?» esplose Lia, senza guardarlo.
Il padrone rise di nuovo e prese a salire le scale: «Ah... povere ingenue. Non mi sembra tanto difficile da capire: il male è fatto sempre dalle persone più comuni, da cui non te lo aspetteresti, persone fidate. E per essere fidate le persone devono starti vicino... molto vicino, dico bene Lia? Bisogna che si conoscano a fondo, scavare nella loro intimità»

«Razza di porco bastardo!» gridai.
«Stupida ragazzina. Sono i bastardi che vanno avanti, i lupi. Non certo i teneri agnelli. Finché esisteranno i diavoli non ci sarà mai speranza per gli angeli».

Detto questo sparì dietro la porta. Restammo sole e per qualche minuto ci fu solo silenzio.

«Che cazzo ci sei venuta a fare qui?» chiesi tremante.
Lia non rispose. Teneva la testa bassa, come per nascondersi, e questo poteva voler dire solo una cosa. Guardai il pavimento sotto di lei. Piccole goccioline bagnavano il pavimento sporco.
«Lia, rispondimi. Che senso aveva venirmi a cercare?»
«Che senso aveva continuare a vivere senza farlo?»

Rimasi spiazzata dalle sue parole e per qualche altro istante ci fu solo silenzio.

«È da quando sei sparita che ho smesso di vivere. Non vado più all'Università, non esco più... ho persino smesso di fare la dieta. Passo le giornate sul divano ad ascoltare i notiziari, a leggere giornali alla ricerca di tue notizie. Non ne parlano più Seline. Molti ti danno per morta. Non ci ho mai creduto, mai. Ho parlato con Vale che mi ha raccontato della ragazza francese. Pochi giorni dopo è arrivata la notizia che era morta. Ci ho messo un po' a collegare le cose. Era morta dove voleva portare Vale. Era così fottutamente facile. Che stronza sono stata. Come avevo fatto a non pensarci? Stavo per chiamare la polizia, ma Vale ce l'aveva già mandata e non avevano trovato niente. Dovevo venire io qui»
«Ma perché?»
«Ma allora non capisci? Sei la mia migliore amica, Sel! Sei la sorella che non ho mai avuto. Ti conosco praticamente da sempre. Quanto credi faccia male pensare di uscire, chiamarti, e sentire quella stronza che dice che sei irraggiungibile e ricordarsi che sei sparita? Quanto credi faccia male passare per casa e vedere la tua faccia in tutte le foto! Fa male, Sel. La mia non era più vita. Era sopravvivenza. Uno schifo di sopravvivenza. Dovevo trovarti, vederti un'ultima volta. Anche se significa morire»

Piangevo già da metà discorso. Anche la sua voce era incrinata.

«Ti voglio bene, Sel» disse prima di scoppiare in lacrime.
«Anche io... anche io ti voglio bene Lia».

La porta si spalancò e ne uscì il padrone.
«Bene bene... che scena commovente! Ora muoviti. Sali»
«Cosa le vuoi fare?» gridai.

Lia si alzò. Mi guardò con tenerezza. Poi si voltò in un turbinio di ricci rossi. Prese a salire le scale.

«Che peccato che tu debba morire, così disciplinata e obbediente... Ti lascerei viva solo per insegnare un po' alla tua amichetta come ci si comporta» disse il padrone con tono mieloso «ma non abbiamo molto tempo, purtroppo».

«Grazie Lia, è stata davvero molto bella quella notte due anni fa. Sei stata una brava amica e una brava compagna. Spero non ci sia nessun rancore».
Lia si voltò improvvisamente: «Ho capito chi sei, brutto...»

Bum. Bum. Bum.

Lia cadde sulle scale, i vestiti neri macchiati del rosso del suo sangue, di un colore così vivo da essere disgustosamente ironico.

«Avrebbe potuto scegliere meglio le sue ultime parole» disse il padrone con spensieratezza, mentre iniziava a trascinare il cadavere di Lia fuori dalla stanza.

"Non si uccide mai una sola volta".

Il pianto di Lia, quegli spari, il rosso vivo dei suoi capelli. Non avevo dubbi. Quello doveva essere l'inferno.

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