Capitolo XVI

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Tornò il silenzio. Ero sola. Destinata. Un senso di sconfitta mi pervase completamente.

Sapevo che non sarei mai riuscita ad uscire da quella stanza, non avrei mai più rivisto un'altra luce se non quella fioca e tremolate della lampada sempre in precario equilibrio, impegnata nella sua precaria danza sul soffitto. Non avrei mai più rivisto un volto se non quello del padrone, anzi... cosa avrei dato per guardarlo in faccia.

Sapevo che quella stanza sarebbe stata la mia tomba. Ma non avrei permesso a quel bastardo di uccidermi, non gli avrei dato quella soddisfazione.

Era da due giorni che non toccavo cibo. Mi sentivo debole e fiacca.
"Di qui a poco sarò morta" mi dicevo piena di triste speranza.
Cosa mi stava facendo quell'uomo? Stavo impazzendo. Erano ormai giorni che non sognavo. Ogni volta che chiudevo gli occhi era soltanto buio.
Sognare era un lusso che non potevo permettermi.

Intanto il padrone aveva fatto il suo teatrale ingresso in scena, un ghigno sulla faccia, la pistola tenuta per il grilletto che roteava pericolosamente.
Stava appoggiato con la spalla destra sul muro e rideva.

«Cosa c'è da ridere brutto bastardo assassino» mi sorpresi a sussurrare, a voce troppo alta.
«Uh, vedo che qui c'è molto astio» disse in tono follemente divertito «Non mi piacciono le ragazze insolenti, sai» la pistola continuava a roteare.

«Forse questa ragazza insolente ha dimenticato che sta parlando con il suo padrone. Ha dimenticato le buone maniere» prese a scendere i gradini «ma al padrone piacciono tanto le ragazze educate» si fermò a metà della scala.

Impugnò la pistola con mano ferma e con tono grave disse: «Meglio rinfrescare un po' le idee».
Bum. Bum. Bum.
Serrai gli occhi. I muscoli si irrigidirono per la paura. Provai a voltarmi come se le mie spalle potessero farmi da scudo.
Tre colpi che andarono dritti sul cemento del pavimento per poi rimbalzare altrove. Uno alla mia destra, uno alla mia sinistra e uno davanti a me.

Mi voltai e scoprii che mi si era issato davanti.

«La pagherai cara per tutto questo... la pagherai cara».
La sua risposta fu una ristata folle e sguaiata. Prese a urlare.
«E chi mi fermerà? Tu? Beh non credo proprio che in queste condizioni tu possa fare qualcosa. La ragazzina francese... ah già, è morta, le ho sparato io, proprio sulla tempia sinistra. Un colpo perfetto, non credo me ne sia mai riuscito uno meglio di quello. La polizia? Hai visto che branco di incapaci che sono. Sei spacciata Seline. Non hai futuro. Non hai alcuna possibilità. Tu sei mia. Soltanto mia. Per sempre!»

Riprese quella sua risata malvagia. Un impeto incontrollabile di rabbia mi colse all'improvviso. Scattai in piedi e avvolsi velocemente le catene attorno al suo collo. Inizia a stringere.

«Quanti altri morti vuoi sulla tua coscienza eh? Non ti basta quella ragazzina?» disse, la voce soffocata.
«Non venirmi a fare discorsi sulla coscienza» urlai.
«Credi di essere migliore di me? Non ti accorgi che fai parte della stessa merda?»

Un dubbio mi assalì: aveva ragione? E quel presentimento che avevo? Non si uccide mai una sola volta. No, non sarei diventata un'assassina. Ma non potevo liberarlo.

Bum.

Approfittando di quel momento in cui avevo allentato la presa il padrone sparò. Mi colpì di striscio alla gamba destra.
Mollai la presa e mi accasciai, le catene ancora attorno al suo collo, io appoggiata alle sue gambe.

Guardai la ferita. Doveva essere superficiale, ma stavo perdendo molto sangue.

«Tu non potrai mai farmi del male» asserì, massaggiandosi la gola.

Improvvisamente sentimmo un rumore provenire dalla casa. C'era qualcuno.
«Merda» imprecò il padrone.
Si liberò dalle catene, si sistemò la pistola nei pantaloni e poi sparì.

Restai sola per qualche minuto, cercando di ricordare le lezioni di primo soccorso che avevo fatto qualche anno prima.
Guardai il sangue che scorreva caldo e liquido, di un colore rosso acceso e stabilii che era una ferita venosa.
Mi strappai la maglia ricavandone una striscia di tessuto che legai forte appena sotto la ferita per fermare la perdita di sangue.
Non sapevo se essere felice o meno del fatto che non avesse preso un'arteria.

Il padrone fu di ritorno poco dopo, ma non era solo. Teneva la pistola puntata alla tempi di una ragazza dagli inconfondibili ricci rossi e gli occhi verdi.

Fui presa dal panico e dal terrore.
«Lia».

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Il volto del padroneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora